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Al Cpj, Comitato protezione giornalisti, Bebe, addetto ai contatti con la stampa, si scusa tanto: «Siamo sommersi di domande sulla questione, i miei colleghi stanno investigando, perdonami, non c’è tempo per un’intervista nei prossimi giorni, ma c’è questo».

Ciò che Bebe invia, è una serie di domande che l’organizzazione ha reso pubbliche e a cui sta cercando di trovare risposte plausibili. Il caso è quello di Babchenko: il giornalista russo Arkady, morto, ma anche “resuscitato”, a fine maggio a Kiev. «Quanto era credibile la minaccia alla vita di Babchenko? Che prove aveva l’Sbu, – che ha messo in scena il suo assassinio -, che i servizi segreti russi stessero orchestrando un omicidio?». Poi «perché sono stati accusati i segreti servizi russi prima di completare le indagini? Da quando e quanto sapeva la moglie del giornalista di tutto questo? Siamo contenti che Babchenko sia vivo», dicono ancora dal Cpj, ma allo stesso tempo «questa azione estrema delle autorità ucraine ha il potenziale per sminuire la fiducia pubblica nei giornalisti e ammutire l’ira della società civile quando i giornalisti vengono uccisi».

Tutti i giornali del mondo hanno comunicato con sgomento la notizia della morte dell’ex soldato, veterano delle guerre cecene e poi reporter di guerra, ma qualche ora dopo, i quotidiani hanno dato l’informazione opposta: quella della sua “resurrezione”. Babchenko si è presentato negli uffici dell’Sbu, servizi segreti ucraini, a Kiev, dove è stato mostrato il video del suo presunto omicida. L’unica cosa che si vede nell’inquadratura però sono le mani di qualcuno che conta molti soldi, banconota dopo banconota, proprio davanti all’obiettivo della telecamera: è il compenso per il suo assassinio che, secondo gli interlocutori in macchina, costa 30mila dollari. Il killer riceve la prima metà, l’altra, dice la voce fuori campo, la riceverà a lavoro compiuto. L’Cpj però mantiene i suoi interrogativi: «Non sono state date prove concrete durante la conferenza stampa delle autorità ucraine».

La prossima volta che un giornalista verrà ucciso in Russia, la gente comincerà a chiedersi se è vero, hanno scritto molti operatori della stampa, tra cui uno dei massimi esperti di servizi segreti russi, il giornalista Andrej Soldatov. La vicenda Babchenko farà storia. «La morte era un fake, il danno invece no. Babchenko è “resuscitato”, la verità non ci riuscirà così facilmente»: il suo caso non ha nemmeno lontanamente «danneggiato la narrativa di Mosca, hanno fatto invece un regalo alla propaganda», c’è scritto in un editoriale apparso sul Guardian. Non è firmato, ma condiviso dalla testata e dalla maggioranza degli operatori dei media che hanno pianto la morte del giornalista, hanno sorriso alla notizia del suo «ritorno in vita», ma poi hanno cominciato a fare domande. Babchenko non ha risposto se non così: «L’etica giornalistica è l’ultima cosa a cui penso in questo momento». Presto diventerà ucraino e abbandonerà la cittadinanza russa. Ora vive in una località segreta e ha promesso di «morire a 96 anni, dopo aver ballato sulla tomba di Putin».

Adesso servono motivi, evidenze, ragioni credibili: «Che prove ci sono contro questo presunto killer arrestato? E chi è l’uomo ora tenuto in custodia? Who is he, where is he?». Un uomo è stato messo in carcere: si chiama Boris German, ma, una volta in manette, ha accusato ancora un altro uomo e si è dichiarato, al contrario, collaboratore del controspionaggio gialloblu. Sarebbe stato al gioco per salvare la vita al giornalista. Mentre si continua ad indagare sul caso Babchenko, Maidan è tornata.

A Kiev il 26 maggio gli attivisti hanno sfilato vestiti da galeotti, a righe bianche e nere, con catene ai polsi: un simbolo della prigionia, un tributo di solidarietà agli oltre 60 prigionieri politici ucraini chiusi nelle carceri russe. I manifestanti hanno soprattutto chiesto la liberazione di Oleg Sentsov, il regista accusato dalle autorità di Mosca di aver organizzato attentati terroristici in Crimea dopo l’annessione della penisola alla Russia nel 2014. Si è marciato per lui anche a Tel aviv e Lipsia, fino a Vienna e Sydney, ma anche nella stessa Mosca. Sentsov è entrato in sciopero della fame il 14 maggio, deve scontare oltre 20 anni di carcere e, come ha riferito a sua sorella Natalia Kaplan, vorrebbe morire quando tutti saranno dietro lo schermo o negli stadi affollati della Federazione di Putin: «Sono felice se morirò durante i Mondiali di calcio per riportare l’attenzione sulla vicenda dei miei connazionali in prigione». Questa è notizia vecchia, la nuova però è che Sentsov è in terapia medica di sostegno e molti temono per la sua salute.

Dal caso Skripal a quello di Babchenko, l’indice dell’Ovest si leva sempre per accusare Mosca, ma il Cremlino ricorda che questo avviene sempre «senza prove». Nemmeno l’Ucraina è una patria sicura per i giornalisti: sono passati quasi due anni esatti da quando Pavel Sheremet, giornalista dell’Ukrainska Pravda, è stato ucciso a Kiev il 20 luglio 2016. Una bomba è esplosa nell’auto che guidava mentre stava raggiungendo Radio Vesti. Sheremet, – amico di Boris Nemtsov, ucciso alle porte del Cremlino nel 2015 -, era un feroce oppositore del governo Putin, ma il reporter criticava il leader russo almeno quanto quello ucraino, Poroshenko. Mentre si compie l’inszenirovka, la messa in scena di Babchenko, l’assassinio – reale – di Sheremet rimane in un dossier sommerso dalla polvere al dipartimento inchieste della capitale.

Ucraina: guerra e pace. E Russia, terra di scambi di prigionieri e celle chiuse. Dopo essere stata in carcere in Russia, dove era accusata dell’omicidio di due giornalisti russi in territorio di guerra, la soldatessa Nadezhda Savchenko è tornata a Kiev nel maggio 2016. La pilota è stata arrestata a fine marzo scorso, di nuovo, con la stessa accusa di Sentsov: terrorismo. Avrebbe pianificato di far saltare in aria la Rada, il Parlamento di Kiev. Nonostante si dichiari innocente, si è detta però pronta allo scambio prigionieri: la sua condanna la sconterà in Russia se «i 60 ostaggi del Cremlino saranno liberi. Capisco quale potrebbe essere il mio destino in Russia, ma se 60 ucraini e tatari della Crimea fossero scambiati per me, sono pronta a scontare 22 anni in una prigione russa».

Da Mosca, a Kiev, fino in Italia. Per la morte del fotoreporter Andy Rocchelli e del giornalista – all’epoca suo traduttore – Andrej Mironov, è stato accusato Vitaly Markiv, 29enne italo-ucraino, rinviato a giudizio in un’udienza preliminare tenutasi al tribunale di Pavia lo scorso maggio. Stesso mese, dalla primavera di oggi a quella di ieri: era maggio anche quattro anni fa, quando Andy e Andrej persero la vita nella Slaviansk sotto assedio. Nella cittadina dell’Ucraina dell’est i militari di Kiev erano sulla collina, le truppe dei filorussi erano a valle. Markiv, secondo l’accusa, era sulla collina. Il processo in cui anche la Fnsi, Federazione nazionale stampa italiana si è costituita parte civile insieme alla famiglia Rocchelli, comincerà il prossimo 6 luglio.

Dal 2014, primo anno della guerra in Donbass, il conflitto non è finito in Ucraina e il suo presidente non manca quotidianamente di ricordarlo. Fa domande alla comunità internazionale, ma raramente fornisce risposte. A inizio giugno è direttamente a lui che si è rivolto il Cpj: è l’ultima richiesta, ma senza punto interrogativo. È una lettera. «Caro presidente Poroshenko, siamo il Comitato protezione giornalisti, le chiediamo di tenere al più presto una conferenza stampa con gli ufficiali ucraini coinvolti nell’operazione Babchenko, perché abbiamo delle domande da rivolgerle».

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