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In Kashmir sangue e giornalismo, di nuovo. Giovedì è morto Shujaat Bukhari, il reporter ed editor del quotidiano in lingua inglese Rising Kashmir.

È stato ucciso da uomini a volto coperto che hanno aperto il fuoco contro di lui e la sua scorta. Con Bukhari è morta anche una delle sue guardie del corpo: il giornalista viveva sotto protezione delle forze dell’ordine da quando hanno provato ad ucciderlo la prima volta, nel 2000, diciotto anni fa.

Reporter e veterano del conflitto nella regione contesa da India e Pakistan, – una guerra dimenticata dove oltre 20 giornalisti hanno già perso la vita -, Bukhari lavorava “lungo il filo del rasoio”. È dove svolgono la loro professione e il loro dovere molti dei reporter kashmiri, come ricorda l’ultimo report, pubblicato lo scorso dicembre, dell’IFJ, International Federation of Journalists.

Secondo la polizia, i killer in moto erano in attesa nei pressi dell’entrata della redazione del giornale Rising Kashmir a Srinagar. Quando è arrivato Bukhari, gli anno scaricato addosso tutti proiettili a disposizione e sono sfrecciati via prima che qualcuno potesse fermarli. Ancora nessuno gruppo radicale della zona ha rivendicato l’attentato, una morte “che ha devastato tutta la comunità di giornalisti nella regione, ma questo incidente non è il primo. In passato abbiamo perso molti giornalisti, tutto questo sottolinea in che difficili condizioni i giornalisti lavorino in Kashmir” ha detto il collega di Bukhari, Yusuf Jameel.

Cosa vuol dire fare il giornalista in quella zona di guerra, Bukhari lo aveva già spiegato nel 2016 in un articolo per la BBC: “Intimidazioni, assalti, arresti, censure sono la parte tipica della vita di ogni giornalista in Kashmir”.

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