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Prima che iniziassero i lavori del congresso, Katja Kipping ha dato una mano ai giovani del suo partito. Insieme si sono presentati al Jobcenter di Lipsia e hanno provato ad aiutare, con una sorta di sportello improvvisato (ma non troppo: per i ragazzi della Linke è un’attività normale), volantini e caffè, quanti avrebbero presentato domanda per il sussidio agli sportelli “ufficiali”. Per Kipping, lo avrebbe ribadito il 9 giugno nel suo intervento, la scelta era obbligata: è questa la sua idea di partito, che non fa mancare il suo aiuto a quanti ne hanno bisogno, siano tedeschi costretti a chiedere il sostegno dello Stato perché senza lavoro o perché non riescono a sopravvivere con il loro salario, siano rifugiati che, per le ragioni più diverse, scappano dai loro Paesi. Proprio per questo motivo, Kipping voleva un congresso chiarificatore, tramite il quale la sua idea uscisse rafforzata. È stata accontentata, però, solo in parte.

A Lipsia, infatti, si è consumato lo scontro, l’ennesimo, tra le anime della Linke. Uno scontro che non ha prodotto effetti immediati, se non palesare nuovamente una spaccatura e un conflitto e congelare e rinviare, ancora una volta, la discussione. Già prima che iniziassero i lavori, Katja Kipping e Bernd Riexinger, che dal 2012 guidano il partito, avevano chiesto che il congresso fissasse in modo chiaro la linea del partito, in particolare sulla questione dei rifugiati. A questo proposito hanno presentato una mozione che trattava il tema dei offene Grenzen, confini aperti, come pure della lotta alle cause delle migrazioni. L’obiettivo era…

L’articolo di Fernando D’Aniello prosegue su Left in edicola


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