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Certe cose non avvengono per caso. Nelle stesse ore in cui il presidente Trump faceva indignare mezzo mondo intimando di reprimere l’immigrazione messicana al confine con il Texas separando i bambini dai loro genitori, l’ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, annunciava l’abbandono del Consiglio Onu per i diritti umani da parte degli Usa. Una mossa più volte prefigurata da Trump, e ora ufficiale, stizzito dalla lunga serie di risoluzioni di condanna nei confronti di Israele per le sue politiche di “gestione” della questione Palestinese.

In particolare l’ambasciatrice Haley citando 5 risoluzioni anti-Israele approvate tra febbraio e marzo ha messo a confronto il dato con le risoluzioni adottate nello stesso periodo contro Corea del Nord, Iran e Siria: una a testa. «In questo modo – secondo Haley – Israele sarebbe stato giudicato, in materia di diritti umani, da un’assemblea in cui spesso siedono in cattedra, a impartire lezioni, i rappresentanti delle peggiori dittature». Tanto la Haley, quanto il segretario di stato Mike Pompeo, hanno poi ribadito il concetto ai giornalisti, citando rispettivamente il Congo e il Venezuela come esempi di Paesi, che, nell’attuale composizione dell’assemblea, sono beneficiati del diritto ad ergersi a giudici assai impropri di diritti umani. «Il Consiglio – si legge ancora nel durissimo comunicato USA – ha reso i diritti umani materia di barzelletta, e l’impegno nordamericano in tale campo non è più a lungo compatibile con la permanenza in tale sede». Non una parola di critica è stata spesa nei confronti del governo israeliano che nelle ultime settimane in occasione della Marcia del ritorno celebrata dai palestinesi di Gaza non si è fatto problemi a sparare, uccidere e ferire centinaia di civili che manifestavano pacificamente vicino al confine.

A tal proposito, il 18 maggio scorso, l’Onu ha approvato una risoluzione di condanna di Israele per crimini di guerra, con 31 voti a favore, 14 astenuti e solo Stati Uniti ed Australia contrari.

Tornando al contenuto del comunicato, va detto che in realtà contro la Siria nella 37esima sessione del Consiglio Onu per i diritti umani sono state emesse due risoluzioni e non una, e che oltre a Corea del nord e Iran, anche Myanmar e Sud Sudan (stremato dalla guerra civile e che proprio in queste ora ha visto sfumare l’ennesimo tentativo di tregua tra le due parti in conflitto da cinque anni) sono stati messi sul banco degli imputati. Sta di fatto che Israele – a causa del conflitto palestinese – è incluso dal 2007 nell’agenda Item 7 del Consiglio Onu per i diritti umani. È cioè oggetto di un monitoraggio speciale, che fa sì che il numero, e il merito, delle risoluzioni sia spesso sentito da Tel Aviv (e da Washington) come del tutto sproporzionato.

In ottica Usa, invece, è significativo il fatto che uno dei dossier più “delicati” trattati dal Consiglio Onu appena ripudiato riguardi le condizioni di detenzione degli immigrati negli Stati Uniti, la separazione delle famiglie di immigrati, le condizioni di accesso alla difesa per immigrati e detenuti comuni, la condizione delle donne detenute, delle giovani madri accusate di far uso di droghe, e per questo ricoverate in centri per malattie mentali nonché di tutti i detenuti ricoverati per disturbi mentali. Erano i tempi degli arresti arbitrari e delle torture di Guantanamo. Guardando le strazianti immagini di bimbi messicani di 3-4 anni separati a forza dai genitori, poi ricongiunti, dopo le pressioni internazionali, ma in carcere, la situazione oggi non appare poi così diversa.

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