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Egitto, Turchia, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Marocco, Angola. Paesi che non brillano per la tutela dei diritti umanitari. Paesi tutti invitati – e tutti presenti – a SeaFuture, il maxi salone che si è tenuto dal 19 al 23 giugno a La Spezia. Forse pochi ne sono a conoscenza, ma parliamo di un evento colossale, una sorta di “expo” dell’arsenale militare. Basti pensare che tra gli organizzatori c’erano Aiad (la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio e la difesa) e la Direzione nazionale degli armamenti del Segretariato generale della Difesa. E tra gli operatori principali presenti, oltre alla stessa Marina militare, numerose aziende del settore militare tra cui Leonardo, Mbda e Fincantieri. Evidente, dunque, come l’evento abbia una forte componente “armata”.
Eppure nel 2009, anno di nascita dell’evento, le cose erano leggermente diverse: il salone si teneva presso il centro fieristico SpeziaExpò con l’obiettivo di essere «la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare» per il settore civile. Dal 2014, però, qualcosa cambia: l’evento viene spostato all’arsenale militare e diventa sempre più preponderante il ruolo rivestito dalla Marina militare. Non è un caso che, nel comunicato ufficiale di lancio dell’edizione di quest’anno, si leggesse chiaramente che «la manifestazione assume una grande rilevanza internazionale grazie alla presenza delle marine estere (…) che potrebbero essere interessate all’acquisizione delle unità navali della Marina militare non più funzionali alle esigenze della squadra navale». Insomma, «un vero e proprio mercato dell’usato militare», denuncia Giorgio Beretta, analista dell’Opal (Osservatorio permanente armi leggere).

CLIENTI ARMATI – Ed è per questo motivo che il Comitato “Riconvertiamo SeaFuture” – al cui interno ritroviamo, tra gli altri, Arci, Opal, Legambiente, Emergency, Potere al Popolo, Possibile, Rete italiana per il disarmo – ha prima lanciato un appello e poi inviato una lettera aperta al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Tra le Marine militari presenti all’evento, infatti, c’erano quelle di Paesi come l’Egitto di al-Sisi, nonostante il caso Regeni. O, ancora, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Marocco e Qatar, «le cui forze militari sono intervenute, senza alcun mandato internazionale, nel conflitto interno in Yemen», spiegano dal Comitato. E poi, ancora, la Turchia, altro Paese in cui i diritti, stando ad organizzazioni come Amnesty, vengono sistematicamente infranti. Senza dimenticare l’Angola, altro Paese monitorato annualmente da Amnesty. O Iran e Pakistan, Stati in cui vige la pena di morte. E poi, ancora, Paesi «i cui governi – si legge nella lettera – sono responsabili di violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite». A cominciare da Israele, che da oltre 50 anni occupa illegittimamente diversi territori palestinesi, e il Marocco che da più di 40 anni occupa militarmente il Sahara Occidentale violando i diritti del popolo Saharawi.

L’INCONTRO – Secondo il comitato, dunque, verrebbe meno la tutela della legge n.185 del 1990 che vieta la vendita di armi («tra cui anche le navi militari», chiosa il Comitato) a regimi dittatoriali o Paesi in cui si violano i diritti umani. A differenza, però, del passato e di quanto fatto (o, meglio, non fatto) dall’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, la risposta di Elisabetta Trenta è stata immediata. E, pur avendo partecipato al salone («Non avrebbe potuto fare altrimenti, essendo la Marina un corpo della Difesa», spiegano dal ministero), ha deciso di incontrare una rappresentanza del Comitato. «Ci ha accolti a stretto giro – dicono da “Riconvertiamo SeaFuture” – e peraltro l’incontro si è tenuto proprio al Circolo ufficiale della Marina. In tanti hanno storto il naso…». «Sicuramente è positivo – dice a Left Francesco Vignarca, portavoce della Rete per il disarmo -. Segna un passaggio di discontinuità rispetto a quanto successo negli ultimi anni, in cui la ministra Pinotti non ci ha mai voluto incontrare nonostante diverse richieste anche parlamentari. Certo, per ora nel concreto rispetto alle richieste specifiche non c’è stato un riscontro».

IL PROGRAMMA MILITARE – Difficile, dunque, capire cosa potrebbe accadere da qui in avanti con la maggioranza gialloverde in fatto di programmi militari. «Effettivamente le posizioni dei due partiti di maggioranza in passato sono state anche diametralmente opposte – spiega ancora Vignarca -. Soprattutto il gruppo del Movimento 5 Stelle nella scorsa legislatura ha avuto un atteggiamento di apertura e confronto nei riguardi delle nostre proposte». Resta il fatto, però, che la Marina, senza un intervento concreto, continuerà a dismettere navi anche a Paesi dittatoriali. Per una ragione ben precisa. Come denunciato in passato anche da Milex, l’Osservatorio per le spese militari, in ballo c’è un vasto piano di ammodernamento navale. «Contando su quasi 6 miliardi di euro sotto forma di contributi ventennali garantiti dalla legge di Stabilità approvata dal governo Renzi nel dicembre del 2014 – spiega a Left Beretta – la Marina militare sta infatti procedendo al rinnovo della propria flotta navale». Nel dettaglio, si prevede di sostituire, entro il 2025, 54 unità navali sulle 60 in servizio. «La volontà di far cassa vendendo queste navi soprattutto ai paesi dell’Africa e del Medio Oriente viene spiegata con la loro “esigenza di dotazioni militari con tempi di consegna e budget più contenuti”». Il nuovo programma militare, approvato dal precedente governo nel 2014, prevede una spesa di ben 5,4 miliardi di euro, spalmati su 19 anni, dal 2014 fino al 2023. E prevede, nel dettaglio, l’acquisto di sei pattugliatori polivalenti d’altura più quattro unità aggiuntive, un’unità d’altura di supporto logistico, un’unità anfibia multiruolo e due unità navali polifunzionali ad altissima velocità. Ci si chiede solo se sia, questa, una ragione valida per vendere le navi italiane anche a dittature e regimi in guerra.

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