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Lo scorso 13 giugno si è tenuto a Strasburgo, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, un dibattito alla luce della drammatica vicenda dell’Aquarius, costretta a navigare fino a Valencia, dove è alla fine approdata col suo carico di oltre 600 vite umane. Un dibattito nel corso del quale non ho potuto fare a meno di manifestare la vergogna che avevo provato nell’essere italiana ed europea, nell’ascoltare il ministro degli Interni usare parole, pietre come «vittoria», «pacchia finita» (e poi «crociera»). Una vergogna in parte lenita dalla disponibilità di alcuni sindaci del Sud Italia, a partire da quello di Napoli, ad aprire i porti e dalle migliaia di persone che hanno manifestato in tutta Italia contro #portichiusi. La propaganda e la politica razzista di Salvini però continuano a ricevere sempre più consenso. È notizia recentissima “il sorpasso” nei sondaggi della Lega sul M5s, avvenuto proprio nel giorno in cui il vice-presidente del Consiglio ci regala un’altra pillola di odio: la proposta di censimento delle persone rom, nella consapevolezza che «quelli italiani ce li dobbiamo purtroppo tenere». I frutti di decenni di propaganda dell’ideologia della competizione neoliberista sono ora raccolti dalla retorica del “prima gli Italiani”.

Il capitale neoliberista, che divide la maggioranza delle sfruttate e degli sfruttati per poterli dominare, ha ancora una volta nell’invenzione della razza un suo alleato. E anche nell’uso di quel dispositivo della frontiera, che l’Ue prova sempre più ad esternalizzare, attraverso la costruzione di campi di concentramento fuori dai suoi confini, come in Libia e in Turchia. Assistiamo oggi a uno scontro tra quelli che in realtà sono due alleati: l’efficientismo securitario e l’esplicita propaganda xenofoba, che operano nel respingimento come nel concentramento. Salvini arriva al governo dopo le due tranche pagate alla Turchia di Erdogan per bloccare i flussi di persone migranti; dopo l’accordo di Minniti con la Libia e il protocollo sulle Ong, dopo il sequestro di Open arms; dopo i crimini della Gendarmeria francese a Ventimiglia; dopo Ceuta e Melilla. La logica della frontiera è la prosecuzione della logica della recinzione proprietaria: dalla recinzione dell’acqua, bene comune, alla recinzione del mare (che – cantava Lucio Dalla – come il pensiero, non si può recintare). Per questo non si può pensare di rompere la gabbia dell’Ue neoliberista senza rompere anche la gabbia di muri e frontiere, interne e esterne. Gabbia che il prossimo Consiglio di fine giugno, che discuterà della riforma del regolamento di Dublino III, rischia di rafforzare, consegnando l’Europa al naufragio. Eppure il Parlamento europeo ha avanzato una proposta, con una risoluzione approvata lo scorso novembre dalla plenaria, per la riforma dell’accoglienza delle e dei richiedenti asilo. Una risoluzione che certo non rompe, come invece sarebbe necessario, la logica della “Fortezza Europa” e i suoi dispositivi, ma segna degli avanzamenti importanti nel superamento di Dublino III: il superamento della logica del Paese di primo accesso (che insiste, come sappiamo, soprattutto su Italia e Grecia), l’istituzione di un meccanismo di ricollocamento permanente e obbligatorio senza soglie, un calcolo dell’equa responsabilità tra gli Stati membri dell’Ue in base a popolazione e Pil, l’agevolazione dei ricongiungimenti familiari, la copertura con bilancio Ue per l’accoglienza dei e delle richiedenti. Ripeto, non il ribaltamento che sarebbe necessario della logica di Dublino, ma una sua profonda riforma.

La relazione Wikström sulla riforma di Dublino è stata approvata lo scorso 16 novembre con 390 voti favorevoli. Tra i 175 voti contrari ci sono quelli del M5s, che pure nella fase iniziale dei lavori di negoziato avevano dichiarato di volere lavorare a un allargamento delle vie legali e sicure dell’accesso in Ue (non pervenuta durante le 22 sessioni negoziali la Lega, come è stato giustamente ricordato in aula da Elly Schlein). Lo scorso 13 giugno, durante il dibattito su Aquarius, il M5s di governo, senza proferire una sola parola di presa di distanza dalle scelte di Salvini, è arrivato a chiedere richiami al regolamento contro una deputata che aveva accusato Salvini di xenofobia. Ben altre invece le parole che sono state dette dalla manifestazione del 16 giugno a Roma, promossa dalla Federazione sociale Usb e da Aboubakar Soumahoro, che ha parlato della necessità di unire la lotta dei braccianti migranti con quella dei riders, di combattere contro la logica repressiva dei decreti Minniti-Orlando. Non c’è giustizia sociale senza antisessismo, antirazzismo, antifascismo, solidarietà, ha ricordato Abou. A rendere chiaro ancora una volta che il movimento reale è oggi sempre più quello migrante; quello che attraversa il Mediterraneo e che attraversa l’Europa da Sud a Nord; internazionale e intersezionale. Ed è la speranza per rifondare l’Europa e salvarla dal naufragio.

Eleonora Forenza è europarlamentare Gue/Ngl

La riflessione di Eleonora Forenza è tratta da Left n. 25/2018


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