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È ormai comune considerare una conseguenza della crisi economica la xenofobia e il razzismo dilaganti, sui quali Matteo Salvini sta costruendo il proprio potere. Come se, per difficoltà economiche, un essere umano potesse disprezzare e discriminare, fino ad ammettere l’abbandono a mare, la compravendita di esseri umani, la schiavitù. Ogni giorno ascoltiamo intellettuali e pensatori di sinistra sostenere che, se si blocca “l’ascensore sociale”, emerge in ciascuno una tendenza innata alla sopraffazione dell’altro: terrori ancestrali, da sempre nel nostro “originario”, verrebbero proiettati sullo straniero.

Di recente, nelle sei giornate di studio su “L’origine dell’umano”, organizzate a Roma da Venti secondi, con la partecipazione di esperti di architettura e archeologia, arte, linguaggio, economia e politica, è emerso, con assoluta chiarezza, che nella storia dell’Homo sapiens, lunga 200.000 anni, non si è fatto ricorso alla guerra e alla violenza come modalità di regolazione dei problemi di convivenza fino a 5-6.000 anni fa. Che dunque la violenza e i terrori ancestrali proiettati sullo straniero non siano affatto propri della natura umana, ma siano invece il prodotto di una distorsione culturale storicamente determinata?

Giuseppe Di Vittorio era un bambino di sette anni quando vide morire di fatica suo padre bracciante nella Puglia del 1899. Dovette lasciare la scuola e fare il bracciante con altri bambini come lui. C’erano il caporalato e i proprietari terrieri. Fu massacrato di botte con un compagno della sua età, che ne morì, perché avevano osato chiedere più pane per sfamarsi dopo una giornata di lavoro. Capì che il problema era…

L’articolo della psicologa e psicoterapeuta Elena Ilardi prosegue su Left in edicola


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