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L’uguaglianza è una delle caratteristiche delle specie animali. Tutti gli individui di ogni specie sono uguali tra loro. Naturalmente ci sono delle variazioni che sono determinate dalla variabilità del Dna, variabilità che è fondamentale per fare in modo che la specie si adatti nella maniera più veloce ed efficiente all’ambiente. La specie umana, per quello che riguarda la sua biologia, non fa differenza. La variabilità dei caratteri somatici deriva da una variabilità genetica che si è sviluppata nel corso del tempo per adattarsi ai contesti ambientali più diversi. È banale l’osservazione che la pelle nera sopporta meglio la grande quantità di raggi ultravioletti che arrivano dal sole della pelle bianca. Nel momento in cui l’essere umano si è spostato dall’Africa verso altri luoghi meno assolati, l’adattamento ha fatto si che la pelle cambiasse la quantità di melanina prodotta. Ogni specie ha caratteristiche specifiche che sono il frutto dell’adattamento all’ambiente.

Questo processo si chiama selezione naturale ed è la scoperta che Darwin ha fatto molto prima della scoperta del Dna e che ne ha confermata la correttezza. Nell’ambito di ogni specie animale è possibile fare una classificazione tra individui diversi, perché hanno caratteristiche diverse. C’è il cane grande e il cane piccolo, quello con il pelo riccio o con il pelo liscio, quello più veloce e quello più forte. Così come c’è la mucca che fa più latte rispetto a quella che ne fa meno. C’è il cavallo che corre più veloce rispetto al cavallo che invece è più forte e riesce a trainare più peso. Tra gli animali, potremmo dire, le razze esistono. Nella specie umana invece no. Perché la realtà umana non è solo la realtà fisica. Gli esseri umani sono tali per un pensiero che è caratteristica unica della specie umana. Certo anche gli animali hanno un “pensiero”. Anzi direi di più, gli animali oltre che un pensiero hanno anche degli “affetti”. Ma entrambi, sia il pensiero che gli affetti, sono esclusivamente finalizzati alla sopravvivenza. Sono caratteri che si sono sviluppati nel tempo e che hanno una utilità pratica.

Il pensiero e gli affetti umani hanno invece la caratteristica di non essere esclusivamente utili alla sopravvivenza. Anzi possiamo dire che il fine primario dell’essere umano non è l’utile. Il pensiero umano può esprimersi con l’arte, con la musica, con la poesia tutte cose che non hanno alcuna utilità pratica se non essere una libera espressione di chi le crea. La libera espressione artistica, l’amore tra due esseri umani, l’amore di un bambino per la madre, sono espressioni di un pensiero non razionale che è caratteristica solo e soltanto umana. È un pensiero che esiste per e con gli affetti che ne sono il contenuto. Un pensiero che vuole il bene dell’altro senza nulla in cambio. Dove il bene dell’altro è la realizzazione dell’altro che diventa anche propria realizzazione. Il pensiero dell’utile è quello razionale. È quello della sopravvivenza. È il pensiero degli animali che pensano alla propria sopravvivenza. Allora si possono distinguere bisogni, relativi alla sopravvivenza, ed esigenze, relativi alla realizzazione umana.

I bisogni sono comuni con gli animali: la necessità di nutrirsi, di scaldarsi, di proteggersi dalla pioggia e dal freddo, di proteggersi dalle aggressioni esterne. Le esigenze sono esclusivamente umane: perché è ovvio che non esiste animale che senta l’esigenza di cantare per rappresentare il proprio amore per l’amata. Questa distinzione bisogni-esigenze è stata fatta da Massimo Fagioli, lo psichiatra che ha scoperto come la mente si crei per reazione allo stimolo assolutamente nuovo che il bambino trova alla nascita: la luce. Uno stimolo cui il feto non è preparato a rispondere. Qualcosa in effetti di mai visto prima a cui la sostanza cerebrale della retina degli occhi del feto reagisce con un “pensiero”: il mondo non esiste. Allo stesso tempo l’esistenza della realtà fisica del corpo del neonato fa si che il pensiero di non esistenza sia un pensiero di esistenza di una realtà simile a se stesso. Esso pensiero è per la memoria del precedente, della realtà che è stata del feto nel liquido amniotico. In realtà non è memoria perché non c’era il pensiero. È il primo pensiero di ogni essere umano ed è una fantasia di esistenza di qualcun altro. E di rapporto con quel qualcun altro.

L’uguaglianza di fondo tra tutti gli esseri umani è in questa dinamica di formazione del pensiero alla nascita e nel contenuto di quel pensiero. L’esistenza degli altri. Questo permette di comprendere che la propria realizzazione è ciò che permette la realizzazione dell’altro. E viceversa. La realizzazione a scapito dell’altro è veleno per se stessi, ci fa diventare meno umani ogni volta che essa si realizza. Ed in effetti non è veramente una realizzazione. Forse Marx aveva capito che lo sfruttamento del lavoro con il solo fine dell’utile è il vita-mea mors-tua che non serve a nulla perché diventa mors-mea mors-tua. Ma non aveva capito che la redistribuzione del capitale, ossia la soddisfazione dei bisogni di tutti, non è ciò che fa la realizzazione umana. Soddisfare i bisogni è necessario ma non è sufficiente! L’evoluzione scientifica, medica, tecnologica, economica permetterebbe oggi di soddisfare i bisogni di tutti gli esseri umani.

È ora di vedere che l’uguaglianza di tutti è in quel pensiero profondissimo, nascosto in ognuno di noi, che si è formato alla nascita.
E poi di riconoscere che la diversità è data dalla ricerca che ognuno di noi fa incessantemente in modo unico ed originale per ritrovare la propria nascita.
La verità umana più profonda è alla nascita. È in quel primo pensiero di esistenza degli altri. Ed è ciò che rende l’essere umano un “animale sociale”.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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