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Avana. Cadillac d’epoca scarrozzano turisti su viali dissestati. Frammenti di vita s’intravedono da porte spalancate. Lo sguardo si fa largo in appartamenti, che sono case e allo stesso tempo negozi, embrioni di attività commerciali che rivelano una domestica rivoluzione capitalistica. Fra un divano e un televisore, rigorosamente sintonizzato su TeleRebelde, donne preparano i famigerati sandwich cubani da vendere a pochi centesimi, anziane friggono churros in olio bruno, uomini aggiustano ventilatori e tagliano capelli. Intorno ci sono cani e bambini. I cani hanno targhette in cartoncino con il nome e l’istituzione che se ne occupa (merito di un progetto comunale che mira ad annullare il randagismo).

I bambini, divisa celeste con camicia a mezze maniche e pantaloncini corti, vanno verso la vicina Escuela primaria “Camilo Cienfuegos”. Tengono la mano dentro quella dei genitori. Se non fosse per statue, santini e foto, potremmo essere in un qualsiasi Paese dell’America latina. Ma le immagini ritraggono ora Fidel Castro, ora suo fratello Raul, ora il comandante Cienfuegos. Paradossalmente meno osannato rispetto agli altri, el Che. Ci sono anche frasi, massime e discorsi. Una donna vestita di bianco, un fazzoletto in testa, ci invita a entrare. Ci accompagna in un tour improvvisato per le classi. Sempre lo stesso copione: «Còmo estàs?», chiedono in coro i bambini. Poi si alzano, si allineano e intonano «la canzone di benvenuto». Dunque parte il coro. Con tanto di ritornello che inneggia agli eroi della rivoluzione e al lider maximo Fidel, che viene salutato con il pugno chiuso. Ridono gli alunni e le insegnanti, ride la donna con il fazzoletto in testa, che esclama: «Questa è l’educazione cubana!».

In questa terra di partigiani e di combattenti pare che il tempo si sia cristallizzato 59 anni fa. Quando…

Il reportage di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni prosegue su Left in edicola


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