Condividi

No, i riders non sono lavoratori autonomi. Almeno a Barcellona. Il cerchio degli ispettori del lavoro nello Stato spagnolo continua a stringersi attorno a Deliveroo e al suo modello di lavoro. Dopo i casi di Valencia e Madrid in cui un giudice ha stabilito che la qualifica dei rider di Deliveroo «nasconde in realtà un rapporto di lavoro dipendente», ora è a Barcellona che sono state raccolte un numero record di denunce da parte dei riders che la nota piattaforma insiste a considerare fornitori di servizi ma che per gli ispettori non sono altro che falsi lavoratori autonomi che dovrebbero essere assunti e trattati come dipendenti. Pertanto, la Jefatura de la Inspección de Trabajo y Seguridad Social de Barcelona ne ha disposto l’assunzione e il ricalcolo dei contributi previdenziali con una sovrattassa del 20% che, per centinaia di lavoratori, porta a un conto da 1.317.675,71 euro presentato al locale concessionario di Deliveroo, Roofood LDT, per il lavoro svolto da diversi gruppi di riders tra l’agosto 2015 e dicembre 2017. La società ha 15 giorni per presentare reclami.

Vista da qui, il dato più interessante di questa vicenda è «la motivazione per la quale il fatto che i fattorini non siano liberi di gestire il proprio tempo costituisce un indicatore di subordinazione», spiega a Left, Marco Marrone, sociologo del lavoro all’Università di Venezia e anche attivista di Riders Union Bologna, uno dei quattro collettivi auto organizzati che si battono per il riconoscimento dei diritti dei fattorini delle piattaforme della gig economy.

Deliveroo, fondata a Londra nel 2013, da Will Shu, ex fattorino americano di 34 anni, è in cima alla classifica del Financial Times sulle società europee che sono cresciute di più, oltre il 600%, nell’ultimo anno. Secondo il rapporto degli ispettori del lavoro, rivelato dal quotidiano spagnolo El Pais, dopo aver analizzato dettagliatamente come funziona la società a Barcellona, cosa richiede dai suoi addetti alle consegne e come organizza turni di lavoro o stipendi, Deliveroo mantiene con i lavoratori «normali rapporti di lavoro e non autonomi, il cui inquadramento e contributo deve corrispondere al sistema generale di sicurezza sociale e non al regime speciale dei lavoratori autonomi».

«Tutto ciò è potuto accadere per una leggera differenza tra l’ordinamento di quello Stato e quello italiano – spiega ancora Marrone – in Spagna, infatti, una partita Iva che lavori oltre il 75% del proprio fatturato per un solo committente non è un lavoratore autonomo. E la libertà di rifiutare il servizio, in sostanza, non esiste perché chi lo fa viene penalizzato nelle valutazioni. In Italia, Deliveroo raccomanda ai suoi riders di darsi da fare anche con altre piattaforme».

Adrián Todolí, giuslavorista all’Universitat de València, spiega nel suo blog che la novità della decisione contro Deliveroo – a differenza dei precedenti di Valencia e Madrid, oltre al numero di casi molto elevato di Barcellona – è che boccia anche i contratti più recenti stipulati dalla piattaforma dopo le prime condanne. La dichiarazione rilasciata dalla società indica che il modello di lavoro di Deliveroo offre «la libertà di accettare ordini, la libertà degli orari, il contributo dei mezzi di produzione e l’assunzione del rischio economico della loro attività». Secondo questi punti, ciò determinerebbe che i fattorini sono autonomi. Tuttavia, tale formula non soddisfa l’ispettorato del lavoro, che insiste sul fatto che essi sono lavoratori nel regime ordinario.

I riders possono rifiutare gli ordini che arrivano attraverso l’App. Deliveroo, ma il loro comportamento viene preso in considerazione nelle valutazioni da parte della società, «il rifiuto di eseguire i servizi ha conseguenze negative per il corriere», si legge nella sentenza. Tutte le operazioni di distribuzione sono seguite dal sistema di geolocalizzazione da parte dei servizi operativi della società che prende il controllo dei tempi in ciascuna operazione, dati che fanno parte della metrica di ciascuno dei riders. Ogni due settimane, l’azienda prepara le fatture di tutti i fattorini e le invia individualmente a ciascuno via e-mail. Gli elementi della retribuzione, l’Iva e, ove applicabile, gli sconti applicati sono suddivisi in tali voci. E i prezzi sono standardizzati e fissati unilateralmente dalla società senza avere un rapporto diretto con il prezzo del servizio di consegna addebitato da Deliveroo ai suoi clienti. Il rapporto dell’Ispettorato conclude – dopo aver analizzato il sistema di lavoro di Deliveroo, la sua documentazione, i contratti e le interviste con i lavoratori e i rappresentanti della società – che i distributori non soddisfano i requisiti per essere considerati come lavoratori autonomi.

È l’azienda, viene scritto, «che organizza esclusivamente e nella sua interezza la fornitura del servizio di consegna cibo, contrattando con fornitori e consumatori, controllando l’accesso alla sua piattaforma da parte di consumatori, distributori e ristoranti o distributori alimentari, aggiudicando la prestazione dei servizi di distribuzione e controllando l’effettiva prestazione del servizio che forniscono e che costituisce la sua attività commerciale».

«Il contrario di quanto accaduto a Torino – continua Marrone che, lo scorso 2 luglio, era al tavolo chiamato dal ministro Di Maio con sindacati e datori di lavoro – dove il giudice ha emesso una sentenza sfavorevole ai riders in base a un’interpretazione strettissima, escludendo anche l’articolo 2 del jobs act sulla “collaborazione etero-organizzata” previsto per i lavoratori che non sono inquadrabili in un CCNL. Quello che a Barcellona è una limitazione alla libertà di rifiuto, a Torino è solo un'”esigenza di coordinamento” per compiti che non sono organizzati “nei tempi e nei luoghi”. Vedremo se l’orientamento verrà confermato in appello».

«L’Italia è il Paese che ha inventato il concetto di lavoro subordinato – ricorda il sociologo – il primo saggio risale al 1901, in Francia se ne parlerà solo due anni dopo. E oggi è il Paese che più fatica a riconoscere i diritti di quei lavoratori; la Spagna che l’Ocse considera ancora meno rigida dell’Italia riesce a difendere quel principio».

Qui da noi, intanto, i lavoratori sono in attesa della prossima riunione del tavolo convocato dal governo. Il primo incontro, otto giorni fa, è servito per il posizionamento delle parti: l’estremismo padronale delle piattaforme e di Confindustria che puntano a normalizzare l’esistente, la disponibilità di Cisl e Uil ad accordi al ribasso e la tendenza del governo a cercare di costruire un contratto nazionale, soluzione con un livello di rischio per i riders anche perché le piattaforme non hanno associazione datoriale (come Fca di Marchionne che è uscita da Federmeccanica). Nemmeno 48 ore dopo il tavolo, a Bologna un rider di Glovo è stato disconnesso, ovvero licenziato, per essere stato fotografato durante un volantinaggio. Con buona pace della bozza del Decreto Dignità che aveva addirittura l’ambizione di eliminare ogni ambiguità del concetto di parasubordinazione modificando la definizione stessa del lavoro subordinato in «qualsiasi lavoro a beneficio di qualcun altro».

«L’obiettivo che ci siamo prefissati è chiaro – ricorda il collettivo auto organizzato bolognese – raggiungere un accordo che realizzi miglioramenti concreti per tutti i riders d’Italia. Per questo siamo partiti dalla richiesta di estensione della subordinazione ai riders come riconoscimento di piene tutele. Siamo consapevoli che sarà una trattativa complicata, in cui le piattaforme, pur costrette a sedersi ad un tavolo di confronto con i lavoratori, appaiono determinate a mantenere intatto business as usual. Siamo anche consapevoli che nelle nostre vite nulla cambierà finché saremo costretti a vivere nel ricatto dei continui lavoretti e che, pur se oggi torniamo a casa con in tasca un’opportunità di allentare la morsa del ricatto, si tratta solo di una goccia nel mare di ingiustizia prodotto in questi anni da chi sfrutta il lavoro e da governi di ogni colore. A tutto ciò risponderemo con l’unica modalità in grado di dare dignità ai lavoratori: moltiplicare le esperienze di autorganizzazione e generalizzare la lotta. Ci aspettano giornate intense e trattative difficili, convinti che è solo l’inizio, perché i diritti o sono per tutti o sono per nessuno».

Un monte ore garantito – recita la loro piattaforma – un salario minimo, copertura assicurativa piena per infortunio e malattia, contributi previdenziali, divieto del cottimo (in tutte le forme), abolizione di meccanismi di ranking e diritti sindacali. Ufficialmente quella bozza del decreto è in stand by ma nelle ultime ore non se ne parla più, si fa strada l’ipotesi di un intervento per legge nel quale la Lega e i partiti filo padronali potranno snaturare il tentativo di Di Maio di contendere la scena a Salvini.

Di decreto dignità si potrà leggere anche nel prossimo numero di Left, in edicola da venerdì 13 luglio, con interviste a Eliana Como, portavoce della minoranza Cgil, e ad alcuni delegati metalmeccanici.

Commenti

commenti

Condividi