Il silenzio dei giovani poeti su Madiba è un sintomo della sfiducia delle nuove generazioni verso il Paese che lui portò dall’apartheid alla democrazia. Da presidente non ha saputo avviare un reale processo di equa distribuzione della ricchezza e oggi il Sudafrica è ancora diviso

Nelson Mandela è un’icona del ventesimo secolo, e non c’è aspetto della sua vita che non sia stato esplorato pubblicamente. Poco, però, è stato scritto su ciò che i giovani nati e cresciuti nel turbolento post-apartheid dicono (o non dicono) di lui. Il paradosso socio-economico del Sudafrica, che vede disoccupazione e povertà peggiorate dal 1994 ad oggi, riflette in larga parte le concessioni fatte agli inizi degli anni 90 da Mandela e dagli altri leader dell’Anc, i quali abbandonarono l’idea di perseguire una reale trasformazione socio-economica del Paese, per favorire la costruzione di quella che è stata definita una “democrazia a bassa intensità”.

Nei circuiti “underground” di poesia di strada – nei quali si esibiscono i poeti più giovani e sui quali ho concentrato la mia ricerca scientifica – circola una storia che ben illustra la rivoluzione mancata della quale, per alcuni, Mandela rappresenta il simbolo: durante uno dei primi colloqui con i rappresentanti dei “poteri forti”, nei quali si decidevano le linee guida istituzionali del Nuovo Sudafrica, Mandela richiese che la Banca centrale venisse nazionalizzata e messa sotto tutela del ministero del Tesoro. Si racconta che, dopo alcuni attimi di silenzio incredulo, i presenti si guardarono e scoppiarono in una fragorosa risata (ironia della sorte, il volto di Mandela è oggi raffigurato sulle banconote sudafricane e la moneta, il Rand, è stato ironicamente ribattezzato “Randela”). La storia, tragicomica, è quasi sicuramente una bufala. È però quantomeno veritiera, dal momento che la Banca centrale è rimasta un’istituzione privata in mano a banche straniere e che il Sudafrica dispone di tutti gli strumenti dei regimi democratici (libere elezioni, Parlamento, un’ottima Costituzione, ecc.), ma di fatto rimane il Paese con le più gravi diseguaglianze economiche e sociali al mondo. Un documento interessante, che scava dentro questi equilibri di potere e che svela, in parte, un Mandela sconosciuto al grande pubblico, è il documentario del 1998 Apartheid did not die, dell’astuto giornalista investigativo John Pilger. In una breve ma serrata intervista, Pilger incalza Mandela…

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L’articolo di Raphael d’Abdon prosegue su Left in edicola


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