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Il fuoco di fila di Confindustria e del Partito democratico contro la proposta di intervento in materia di lavoro presentata dal governo, su iniziativa del ministro del Lavoro Luigi Di Maio, potrebbe alterare la percezione dell’effettiva portata del decreto dignità. Indubbiamente, il significato simbolico della misura stride con la narrazione dominante degli ultimi decenni, secondo cui la flessibilità del mercato del lavoro è l’unica medicina per guarire il gap occupazionale e di produttività che condanna l’economia italiana. Il decreto ha il merito di intervenire sull’ordine del discorso, aprendo delle increspature nell’ideologia neo-liberale che ha ispirato il lungo ciclo di riforme dei governi di centro-sinistra e di centro-destra. Un merito che è necessario riconoscere se si vuole coglierne i limiti e rilanciare un’iniziativa politico-culturale di segno opposto. L’intervento più significativo del provvedimento è la modifica dell’istituto del lavoro a tempo determinato, con il superamento parziale del decreto Poletti che aveva liberalizzato i contratti a termine mediante l’abolizione della causale. La possibilità per le imprese di assumere lavoratori con contratti a tempo determinato senza l’obbligo di esplicitare le ragioni tecniche e organizzative a giustificazione della temporaneità del rapporto di lavoro aveva sollecitato il ricorso massiccio a questa fattispecie contrattuale, che negli ultimi due anni è diventata la forma standard di accesso nel mercato del lavoro. La reintroduzione della causale nei rapporti a temine, successiva ai 12 mesi di durata del rapporto di lavoro, pone un freno alla possibilità delle imprese di abusare del contratto a tempo determinato come leva di precarizzazione dei rapporti di lavoro. Tuttavia, l’impatto della norma sulla condizione di ricattabilità dei lavoratori e delle lavoratrici è più simbolica che effettiva.
Ci sono due ragioni principali che consentono di sostenere questa tesi. La prima riguarda…

L’articolo di Simone Fana prosegue su Left in edicola


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