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«Entro i prossimi 5 anni in Iran ci sarà una rivoluzione. Una rivoluzione nata dentro le case di tutti noi, tra la gente comune» dice con veemenza Rahim.

Il sole è calato sui tetti di Teheran e le macchine sfrecciano fra le strade della megalopoli iraniana, mentre Rahim si racconta. Ventinove anni, di professione grafico, è nato in una piccola cittadina nel sud del Paese. Ha studiato a Londra e ha lavorato per molti anni a Berlino, per poi tornare dalla sua famiglia in Iran. «Dopo tanto tempo all’estero non è stato facile riadattarsi: qui tutto è vietato – continua Rahim -. Fatico a riconoscere nell’Iran di oggi il mio Paese».

«Quaranta anni fa – spiega Rahim – l’Iran era ricco economicamente e culturalmente. Molte persone erano convinte che la repubblica islamica, instaurata da Khomeini, avrebbe aiutato il Paese a crescere ancora. Ma non avevano capito che ci avrebbe tolto ciò che è più importante: la libertà». Dal 1979 infatti il volto dell’Iran è cambiato radicalmente: le minoranze religiose ed etniche sono state represse, la libertà di stampa e di espressione è stata duramente limitata, l’emancipazione femminile è diventata un tabù. «In Iran anche le cose più semplici sono vietate. Io e mia sorella siamo appassionati d’immersioni, ma dobbiamo farlo illegalmente perché lei non può indossare la muta o il costume da bagno.

Ogni mese il governo rende illegale qualcosa di nuovo», racconta Rahim. Mentre parla indica un uomo che, nelle chiassose vie di Teheran, cerca di vendere di soppiatto delle carte da gioco. «Qui sono bandite. È possibile vivere in un Paese dove perfino le carte da gioco sono vietate?», si domanda Rahim. La maggior parte dei siti internet e social media sono oscurati, da Facebook a Whatsapp, anche se molti riescono ad accedervi illegalmente. Alle donne

Il reportage di Elena Basso prosegue su Left in edicola


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