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Ero sulla trentina, quando esplose a Seattle il movimento chiamato “no global”, e avevo passato il decennio precedente a cercare, attorno a me, i segni di una stagione di impegno e di passione politica diffusa che in fondo, nella mia provincia estrema, non avevo mai visto. Quando arrivarono le notizie da Seattle, fu come una risorgenza: stavolta era nel nostro Nord del mondo la scintilla della rivolta, in cui si tornava finalmente ad affermare che “Un altro mondo è possibile”. E allora, l’anno seguente, nel 2001, via a Praga, per il vertice del Fondo monetario internazionale, e poi la settimana di Genova, per seguire dibattiti, incontrare persone, prendersi le strade.

In questi diciassette anni non sono mai mancato, il 20 luglio, da Genova, da piazza Alimonda, a tener traccia della centralità di quell’evento per le nostre vite, per ricordare, certo, ma soprattutto con la speranza di tener vivo quel fuoco per trasmetterlo e aprire un futuro. Ma che cosa è restato di quel movimento, nel corpo sussultante di questa società?

Poco e niente, verrebbe da dire al mio sguardo atrabiliare, appesantito dalle forche caudine della dittatura finanziaria da una parte, e della risposta reazionaria sovranista dall’altra. Ma la talpa scava, lo sappiamo, anche nei momenti più bui la talpa scava, e occorre vederne la direzione, attendendo che torni alla luce. Perché comunque, quella presa di coscienza epocale di cui Genova segnò il momento più intenso (ne fu Evento, direbbe Badiou), ha segnato un discrimine: tanto che…

L’articolo di Marco Rovelli prosegue su Left in edicola


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