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La Casa di reclusione di Volterra, ospitata dalla Fortezza Medicea, è un luogo dell’impossibile. Qui nel 1988 prende vita un’esperienza artistica e sociale unica al mondo, la Compagnia della Fortezza. L’attore e regista Armando Punzo entra in carcere per tenere un laboratorio teatrale. Ma il risultato sarà un esperimento senza precedenti. E i partecipanti diverranno i primi «detenuti attori».
Oggi la Compagnia della Fortezza compie trent’anni e oltre trenta spettacoli. Ma questo lavoro non si limita a portare un prodotto artistico dentro a un luogo del disagio, piuttosto esplode da quel luogo tutte le incertezze, le aporie, le follie umane che solo il teatro può far materializzare.
Una serie di gesti artistici presenteranno, quest’anno, il lavoro della Compagnia della Fortezza come «opera d’arte totale», tra teatro, cinema, incontri con scuole e università da tutta Italia e laboratori in diverse città, alcuni lunghi un triennio.
Per raccontare trent’anni non bastano le testimonianze di chi ha fatto esperienza delle opere tratte da Shakespeare, da Brecht, da Sartre o da Genet e riscritte nel cortile e nei corridoi del carcere o in grandi teatri “altrove” (grazie all’art. 21 che assegna permessi temporanei ai detenuti); non bastano le decine di progetti curati, tra cui il festival VolterraTeatro, che dal 1996 al 2016 ha portato la firma dell’Associazione Carte Blanche; non bastano i premi ricevuti; non bastano documentari e pubblicazioni.
Ma forse aiutano le parole dell’ideatore di questa «utopia concreta», che abbiamo intervistato.
Nei materiali si legge «Architetture dell’Impossibile». Una struttura materiale incaricata di sostenere qualcosa che però nega ogni possibilità.
La riflessione sul mondo intorno a noi, oggi, tende a svuotare di senso quello che non rientra nell’ordinario. La sensazione è che…

L’intervista di Sergio Lo Gatto ad Armando Punzo prosegue su Left in edicola


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