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Erano certi di aver arrestato uno tra i più pericolosi trafficanti di esseri umani, colui che aveva gestito il passaggio attraverso il deserto dei 366 eritrei, poi annegati nel mare di Lampedusa il 3 ottobre 2013. L’uomo è in prigione ed è sotto processo in Italia, a Palermo. Ma forse si tratta di uno scambio di persona. Perché l’uomo in carcere sembra non essere Medhanie Yedego Mared, il famigerato trafficante eritreo, bensì Medhanie Tesfamarian Behre, eritreo anche lui, ma semplice pastore emigrato in Sudan perché non aveva abbastanza denaro per raggiungere l’Europa.

L’arresto risale al 24 maggio 2016, ed è avvenuto a Karthum, in Sudan, in collaborazione tra la polizia italiana, quella sudanese, quella inglese, olandese e svedese, sulla base di un’indagine internazionale condotta dalla procura di Palermo, fondata soprattutto su intercettazioni. Ma l’uomo in carcere non è stato riconosciuto da uno dei sopravvissuti ad uno dei viaggi gestiti da Mared e anche un ex complice del trafficante ha confermato agli investigatori che la foto da loro diffusa è quella di Mared, ma non corrisponde per niente alla persona in carcere. E anche due diversi test del Dna confermano lo scambio di persona. Staremo a vedere come evolve, pare che il vero Mared viva in Uganda, ma non è tanto questo che qui vorremmo approfondire. Lo hanno già fato egregiamente altre testate. Chi è Medhanie Yedego Mared? Quello che si conosce con certezza è che gestisce i suoi traffici dall’Africa, non solo verso l’Europa, ma anche verso la penisola araba e dal Corno d’Africa verso il sud del continente. Mared si muove spesso tra Sudan e Uganda, e tra Sudan e Medio Oriente, oltre che tra Sudan, Libia e Mediterraneo, perché quella per l’Uganda e per i Paesi che si affacciano sul Mar Rosso e sul golfo di Aden sono altre vie di fuga, per gli africani centro-orientali, da guerre e povertà: probabilmente è stato talmente abile, come trafficante, da riuscire a controllare i suoi interessi in tutte e tre le diverse rotte. In attesa che gli inquirenti sciolgano i dubbi sulla vera identità dell’uomo in carcere, il raggio d’azione del vero Mared può aiutarci a fare il punto sulle rotte seguite dai migranti africani e, perché no, anche a sfatare alcuni luoghi comuni su cui la propaganda politica italiana, negli ultimi dodici mesi, ha costruito la campagna elettorale prima, e l’azione di governo dopo le elezioni del 4 marzo. L’Europa (e con essa l’Italia) non solo non è l’unica meta dei migranti, ma non è neppure quella privilegiata.

Andiamo con ordine. Da sempre il Medio Oriente e la Penisola araba costituiscono un’importante valvola di sfogo per le migrazioni africane. Pensiamo a Israele, che di recente ha di fatto chiuso i propri confini ai profughi dall’Eritrea, dopo aver concesso il diritto di asilo, dal 2006 in poi, a oltre 10mila persone in fuga dalla dittatura di Afewerki. Oppure alla Somalia, che nel solo 2007, aveva visto partire verso lo Yemen 30mila persone. Un esodo che prosegue tuttora, nonostante la guerra e le bombe dell’Arabia saudita.

Ma ancora più significativo è il caso dell’Uganda. Paese non ricco, segnato da una lunga guerra civile con un gruppo di guerriglia armata di ispirazione cattolica, l’LRA (Lord’s Resistence Army), probabilmente non perfettamente esemplare sotto il profilo democratico, accoglie oggi, nonostante tutto, 1,2 milioni di profughi, provenienti soprattutto dalle guerre civili in Congo, Centrafrica, Burundi e Sud-Sudan, oltre agli eritrei.

Altri Paesi africani, tradizionale meta di migrazione interna al continente, sono il ricco Sudafrica, e il poverissimo Ciad che, pur essendo soggiogato da una gravissima crisi, è anche al centro della rotta desertica per la Libia. Poi ci sono tutti i Paesi del Maghreb, che sono al tempo stesso anche snodi verso l’Europa. La Libia, per dire, prima della morte di Gheddafi e l’inizio della guerra civile ospitava oltre due milioni di migranti africani. 

Secondo il rapporto annuale 2008 dell’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), le persone di origine sub-sahariana in Europa erano all’epoca 800mila. E da allora sono aumentate di circa 100mila unità all’anno in media. Ebbene, è realistico pensare che, su circa 36 milioni di africani emigrati che vivono stabilmente fuori dal continente (Fonte: Dossier Onu sulle migrazioni 2017), al massimo tre milioni circa si siano stabiliti in Europa (su una popolazione totale di 510mln è pari allo 0,6%). Considerando anche gli immigrati dal nord Africa la cifra totale arriva a 7mln di africani residenti in Europa (Fonte: World bank), pari all1,37% della popolazione totale. Ed è interessante notare che non è l’Africa a detenere il primato continentale delle migrazioni. Il primato spetta all’Asia con 258 mln di migranti, e al secondo posto c’è l’Europa con 61 milioni. 

Nel 2008 il flusso di migranti nel Mediterraneo veniva calcolato tra i 5mila e i 25mila l’anno, sono senz’altro aumentati negli anni a seguire, attualmente siamo a più di 40mila negli ultimi dodici mesi, comprendendo nel calcolo la rotta italiana, quella spagnola e quella greca, in calo dagli oltre 100mila degli ultimi due anni, in calo, a loro volta, dalla stagione più critica, quella del 2015.

Ma, tra questi migranti che tentano la traversata a mare, i sub-sahariani non sono che dall’8 al 20% massimo, del totale dei sub-sahariani che arrivano nel Maghreb.

In altri termini, anche in caso di migrazioni epocali riguardanti il continente africano, è sempre una parte molto minoritaria che si mette in moto: una parte ancora più minoritaria finirà col muoversi da un continente all’altro.

Dati ONU ci mostrano infine come, nel 1990, circa il 3% della popolazione africana complessiva, e circa il 3% del totale dei sub-sahariani, fossero in movimento. Ebbene tali percentuali sono calate nell’arco dell’ultimo trentennio verso il 2%, per tornare verso il 3 solo nell’ultimo decennio, e il dato non è affatto spinto al rialzo dall’imponente crescita demografica africana.

Non sembrano i dati di unimminente invasione barbarica. Tanto più se si pensa che solo il 30% dei migranti africani sceglie l’Europa come meta (il 20% si sposta verso la penisola araba e il restante 50% si muove all’interno del continente. Fonte World bank).

Alessio Menonna e Gian Carlo Blangiardo, di Neodemos, hanno stimato l’entità dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa da oggi al 2030, divisi per Paese di provenienza e Paese d’arrivo: il calcolo è stato effettuato tenendo presente la variazione di surplus demografico, calcolata da fonti ONU e ILO, e prevista per il futuro. Sono state effettuate due stime: la seconda, come parziale correttivo della prima, tenendo presente un coefficiente, pari al rapporto fra la crescita dei redditi nei Paesi di partenza e in quelli di arrivo, per cui moltiplicare il risultato della prima stima.

Ebbene, secondo la prima stima, ci saranno 350mila ingressi annui fino al 2026, 380mila tra il 2026 e il 2030. Nella seconda stima, influenzata dal fatto che la crescita dei redditi sarà più bassa da noi che non in Africa, si prevedono rispettivamente 300mila ingressi annui fino al 2026, e 330mila fino al 2030.

Le stime sono, naturalmente, prudenti e conservative, poiché non tengono conto né di una possibile mutata condizione dell’offerta di lavoro da parte dell’Europa, né del possibile aggravarsi delle situazioni di crisi che spingono alla migrazione.

In generale sparirà l’immigrazione maghrebina, aumenterà quella dal Senegal, verso Spagna, Francia e Italia; quella da Gambia e Mali, sempre verso la Spagna; dalla Nigeria, verso Spagna e Regno Unito, verso cui pure emigreranno persone provenienti da Zimbabwe e Sudafrica; da Costa d’Avorio e Camerun, verso la Francia, e dalla Somalia verso la Svezia: tutti i flussi citati saranno sopra i 5mila ingressi per anno.

Le conseguenze saranno tali che la piccolissima Malta resterà sempre, su numeri e scala ridottissimi, il primo Paese europeo per impegno sul fronte dell’accoglienza, con 17 persone accolte ogni 10mila abitanti, mentre, su numeri già molto più significativi, la Spagna accoglierà 16 persone ogni 10mila abitanti, il Belgio 15, la Svezia 13, crescendo dagli attuali 8, la Francia 9, scendendo dagli attuali 10, l’Italia 8, restando stabile, il Regno Unito 8, salendo dagli attuali 7. La Germania si fermerà a 3 migranti africani ogni 10mila abitanti, al di sotto della media, come Paesi Bassi, Irlanda, Grecia, Cipro, Finlandia, Danimarca, Austria, e tutti i Paesi dell’est, ma bisogna anche ricordare che molti di questi Paesi saranno interessati da altri flussi migratori che quelli africani.

Oltre a non essere proprio un’invasione, come si vede, non è nemmeno che vengano tutti da noi.

L’Italia diventa sempre più un Paese di transito, per quello che riguarda la migrazione. Sempre per Neodemos, Mario Baseri e Cinzia Conti hanno messo in risalto come nel 2017, in Italia, il numero delle richieste dei permessi di soggiorno sia calato di 217mila unità rispetto al 2016, un calo del 5%. Tra le tipologie di permesso sono in crescita i ricongiungimenti familiari e gli asili politici, in calo i permessi per motivi di lavoro.

Ma chi viene per asilo politico resta solo nel 50% circa dei casi, chi viene per ricongiungimento va via in un buon 35% dei casi. Così, se l’80% dei migranti arrivati nel 2002 è ancora in Italia nel 2017, solo il 65% lo è di quelli arrivati tra 2007 e 2012, mentre la percentuale scende ancora al solo 55%, per gli arrivati tra il 2007 e il 2017.

Gli stranieri residenti in Italia al 1 gennaio 2018 sono 5.144.440 e rappresentano l’8,5% della popolazione residente (Fonte: Istat). La percentuale è più alta della media solo in 100 comuni, per lo più nel centro-nord Italia, dove gli italiani sono in totale circa trenta milioni.

Tutt’altro che cifre da invasione dunque, ma piuttosto cifre di un fenomeno strutturale, che non si affronta trattandolo come un’emergenza di ordine pubblico, quasi che l’immigrazione esistesse perché esistono i trafficanti, e non il contrario

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