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C’è un filo, un filo nero, tra l’ondata di razzismo e le condizioni di lavoro. Prendiamo la reintroduzione dei voucher in agricoltura. Se cerchi la responsabile Cgil per le politiche sull’immigrazione la trovi in piazza con i braccianti della Flai, la federazione dei lavoratori dell’agricoltura, uno dei comparti con la più alta densità di lavoro migrante, il 36% che diventa il 57% nelle regioni a trazione leghista. La Cgil si sta attrezzando per «costruire appuntamenti importanti, ad assumere iniziative di difesa e tutela dei nostri nuovi cittadini».
Selly Kane, senegalese, iscritta da 22 anni alla confederazione sindacale, fa la spola tra Ancona, dove vive, e Roma dove è anche vicepresidente del direttivo nazionale di Corso Italia. Spiega a Left che «i buoni lavoro sono un passo indietro rispetto a quello che avevamo conquistato con la legge contro il caporalato». Vuol dire dare alle aziende la possibilità di nascondersi dietro a un voucher per negare il diritto a un lavoro contrattualizzato. «Significa riprecarizzare soprattutto i migranti – continua – senza diritti e coperture come disoccupazione, maternità, malattia. È il ritorno del lavoro nero, una concorrenza sleale con le aziende virtuose, uno stop alle lotte per il collocamento pubblico, per i trasporti e il diritto all’accoglienza». Il 90% del lavoro in agricoltura è stagionale ed è indegno pagarlo con i voucher. Nei campi, uno su tre non raggiunge le 51 giornate annue e non percepisce quindi prestazioni assistenziali.
Se c’è quel filo nero, «il razzismo non inizia da ora, la deriva, l’imbarbarimento culturale sono iniziati da anni anche se ora presentano dei connotati preoccupanti e riguarda la democrazia di questo Paese – continua Kane -. La responsabilità precisa è della politica che, per non rispondere ai bisogni, parla alla pancia e questo, dopo dieci anni di crisi fa presa. Si cerca di sviare l’attenzione su un capro espiatorio. Prima è toccato agli albanesi, poi agli islamici, ora sono soprattutto gli africani». Non sfuggono alla responsabile Immigrazione del più grande sindacato d’Europa, le occasioni perdute: «l’autolesionismo della sinistra» dei decreti Minniti Orlando, degli accordi con la Libia firmati dal precedente governo, della rinuncia a una legge sullo ius soli, «con l’addio alla cittadinanza per un milione di ragazze e ragazzi nati e cresciuti qui».
«Bisogna capire le motivazioni dei flussi migratori, il ruolo delle multinazionali nella depredazione dell’Africa, nel sostegno a governi funzionali al neoliberismo. È in atto uno sfruttamento senza precedenti legato allo sviluppo tecnologico dell’Occidente». Kane ricorda la correlazione tra il genocidio nella regione dei Grandi Laghi, la guerra in Congo e i conflitti centrafricani con il controllo dell’estrazione del coltan. Dal coltan si estrae il tantalio, metallo raro usato massicciamente nella tecnologia di punta per cellulari, computer, industria aereospaziale e quella degli armamenti. L’80% proviene proprio dalla Repubblica democratica del Congo. «Anche il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali in aree come quella subsahariane per monoculture legate all’esportazione – aggiunge la sindacalista – stravolge la vita di aree in cui il 70% sono giovani e vivono in zone rurali da cui sono costretti a migrare». Dare una giusta lettura della crisi è il primo compito del sindacato, specie quando è l’unica organizzazione di massa a dichiarare, all’articolo 1 del proprio statuto, la propria plurietnicità: «In Cgil i migranti possono votare per eleggere i loro delegati dai tempi di Bruno Trentin, mentre non hanno ancora diritto di voto amministrativo – ricorda Kane – la nostra scelta di campo è l’universalità dei diritti. Noi restiamo umani di fronte all’insopportabile negazionismo di questo governo sugli omicidi, gli attentati, i pestaggi e gli oltraggi nei confronti degli immigrati. Dobbiamo raccontare la verità, che questa crisi è stata determinata dalle stesse politiche neoliberiste che impongono austerità e aggiustamenti strutturali in tutto il mondo. E anche che il lavoro migrante contribuisce all’8% del Pil e, parola di Boeri, con i contributi degli immigrati vengono pagate 663mila pensioni italiane».
La Cgil rilancia:«L’unica via d’uscita è la libertà di circolazione. Il diritto di migrare è antico, oggi i flussi sono bloccati ma vuol dire che le persone sono imprigionate in Libia. Quei soldi che si spendono grazie agli accordi con la Turchia o la Libia per l’esternalizzazione delle frontiere potrebbero essere utilizzati per politiche di inclusione o per una vera cooperazione allo sviluppo. Noi chiediamo di stracciare quegli accordi e di favorire i corridoi umanitari. L’Europa Fortezza non funziona. L’immigrazione è il banco di prova per una civiltà democratica – ricorda – oltre ad essere fondamentale per il ricambio generazionale. Invece a essere criminalizzate sono la povertà e la solidarietà».

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