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Il cinema di Robert Guédiguian è antropologia urbana e rapporti di classe, memoria personale e identificazione emozionale, è un viaggio disarmonico, privo di retorica o demagogia, fra le contraddizioni e le paure della società contemporanea». Così si legge nella motivazione che ha incoronato il regista francese “Maestro del Cinema 2018”, il premio organizzato dal Comune di Fiesole in collaborazione con il gruppo toscano Sindacato nazionale critici cinematografici. Col cuore a sinistra, parafrasando il titolo del libro uscito nell’occasione (A sinistra del cuore a cura di Caterina Liverani, Ets editore), Guédiguian rivendica il suo spirito militante, il suo ruolo di cineasta schierato contro il balletto dei porti chiusi, contro l’illegittimità dei respingimenti, contro le politiche restrittive di un’Europa che sembra aver dimenticato gli antichi valori: libertà, giustizia, solidarietà.
Il suo ultimo film, La casa sul mare, è diventato suo malgrado una sorta di contromanifesto del nostro crescente degrado, politico, civile e morale. Ma è anche uno sguardo lucido, direi semplice, sul dramma dei migranti.
La questione migranti rappresenta il nodo centrale di questo secolo. La figura del rifugiato racconta in sintesi l’ineguaglianza crescente fra ricchi e poveri, una forbice che sempre di più tende ad allargarsi. Credo che oggi l’immigrazione sia strettamente legata alla civilizzazione dell’umanità. Gli uomini, da sempre, non hanno fatto altro che viaggiare, migrare da un posto a un altro, dove poter vivere meglio. Non lo scopriamo certo oggi. È un fenomeno naturale, storicamente assodato, che non vale neppure la pena parlarne. Ma dare una risposta di civiltà e solidarietà a questo fenomeno, secondo me, rappresenta la soluzione del futuro del mondo. Morale e politica viaggiano insieme e non possono essere scisse. Il mio può sembrare un punto di vista un po’ ingenuo, ma l’unico modo che abbiamo per andare avanti è…

L’intervista di Gabriele Rizza a Robert Guédiguian prosegue su Left in edicola


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