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«Non smette mai di emozionarmi che uno possa dire “vaffanculo” al mondo e praticare l’antica arte della raccolta degli stracci nel bel mezzo del post-moderno e del post-industriale. Le donne portano fardelli di ramoscelli legati insieme, gli uomini guidano carretti stracolmi di metallo di scarto, i bambini estraggono bottiglie dai rifiuti [..] Sostanzialmente questa gente fa quello che facciamo tutti: provare a sopravvivere. Soltanto, non se ne vantano, non compilano la loro storia, preferendo le leggende, le storie popolari, le fiabe trasmesse di generazione in generazione; i loro “c’era una volta” ai “il 13 dicembre di quel tal anno in Copenhagen”. E quindi dovunque vada, li cerco, cerco quella metafora vivente della cultura mediterraneo-cristiana, quella nazione senza terra, quella gente che, quando qualcosa è costruito, devono rifiutarlo, bruciarlo per divertimento o disperazione, e trasferire il loro regno portatile in un posto dove l’orda di europei bianchi ansima verso di loro con un po’ di odio in meno».

Andrzej Stasiuk (Varsavia, 1960) è considerato uno dei più importanti reporter e scrittori polacchi. La sua biografia si recupera facilmente online: qualche mese di carcere a scontare il reato di pacifismo nella Polonia socialista della legge marziale del Generale Jaruzelski, i viaggi, poi il ritiro nella piccola Czarne e la fondazione dell’omonima casa editrice, i viaggi. Stasiuk non ha mai subito il fascino dell’Europa occidentale; dopo il crollo del sistema comunista, non si è affrettato a visitare Madrid e Parigi, né tantomeno ha meditato di cercarvi fortuna come molti connazionali. È rimasto innamorato delle terre del defunto blocco orientale, quell’“altra Europa” che ha solcato indefesso in lungo e in largo, cercandole l’anima, rifuggendone le capitali patinate, irridendone ogni confine, passando lunghe giornate nelle bettole fumose di quei villaggi contadini di cui ha cantato la coriacea resilienza ai regimi e alle stagioni. In italiano sono stati tradotti alcuni suoi diari di viaggio e qualche saggio, ma non quello Jadąc do Babadag (On the road to Babadag, in inglese) da cui provengono entrambi gli estratti qui presenti (traduzione libera dell’autore). Tra il 2007 e il 2012 sono apparse le traduzioni di alcuni suoi brevi interventi a tema vario su L’Espresso.

Fedele al manuale dell’estrema destra perfetta, l’attuale esecutivo italiano ha iniziato ad attaccare i rom fin dai suoi primissimi vagiti, nel contesto della tradizionale crociata contro il diverso necessaria a distogliere l’attenzione dalle roboanti promesse elettorali che non potranno essere mantenute. Nella competizione per l’affermazione più meschina e ripugnante, è brillato, ça va sans dire, il ministro dell’Interno con il suo «Quelli italiani purtroppo dobbiamo tenerceli». Bordate di dati oggettivi probabilmente non servono a disinnescare questo meccanismo di discriminazione così collaudato: si è già scritto, e più volte, che i rom in Italia sono pochissimi (non raggiungono le 200.000 unità), che sono per la maggioranza cittadini italiani, e sono dunque a casa loro, che inoltre sono in diminuzione e particolarmente discriminati. Quello che serve, forse, è una nuova narrazione, uno sguardo differente.

La riflessione di Stasiuk si inserisce qui. Si posiziona al centro di quello spettro di posizioni che va dalla repressione della destra all’integrazionismo della sinistra, quell’approccio paternalista e ben intenzionato che informa i vari progetti di coesione sociale che abbiano come oggetto i rom, stanziali o meno. Iniziative lodevoli e comprensibili, specie di fronte al repulisti reazionario invocato dall’altra parte, che tuttavia rifiutano di confrontarsi con la diversità intrinseca degli zingari, che non di rado intendono preservarla. Stasiuk ha gli occhi dell’innamorato, non ragiona sulle policy necessarie e si perde a contemplare la differenza, quello stupendo e spaventoso disinteresse che gli zingari, l’Altro per antonomasia, esibiscono per lo stabile, il pianificato, il progresso e anche il progressismo di cui si fregia l’Europa. In fare questo, il bardo polacco riesce a fermarsi sulla soglia del romanticismo smielato, uno sguardo così popolare quando si parla delle doti musicali, dell’arte, dei riti comunitari antichissimi degli zingari e dei rom in generale ballando sulle note di Goran Bregović. Nei reportage di Stasiuk gli zingari sono le cicale del continente, un crogiolo di culture che si specchia in loro scoprendoli immancabilmente irriducibili, ineffabili, effimeri. Stasiuk colloca gli zingari a pieno titolo nel continuum della famigerata cultura europea, pur negli interstizi che scelgono di coltivare, spingendosi a sostenere che l’Unione Europea dovrebbe finanziarli e pagare le loro scorribande e a fantasticare di uno stato rom al posto della Slovacchia. Una posizione provocatoria, irrealistica, impopolare. In direzione ostinata e contraria rispetto all’agghiacciante “buon senso” odierno.

«Osservavo questo villaggio decadente, la spazzatura nel centro della piazza, la canonica e la piscina chiusi così timorosi dietro ai cancelli e decisi che era la vittoria degli zingari. Fino dal 1322, quando l’Europa notò per la prima volta la loro presenza nel Peloponneso, non erano cambiati. L’Europa aveva allestito nazioni, regni, imperi e governi, che erano ascesi e decaduti. Assuefatta all’ideologia del progresso, dell’espansione, della crescita, non poteva immaginare che la vita potesse essere vissuta fuori dal tempo, fuori dalla storia. Intanto gli zingari guardavano con un sorriso sardonico i parossismi della nostra cultura, e se si presero qualcosa per loro, furono la spazzatura, le case diroccate, l’elemosina. Come se tutto il resto non avesse alcun valore».

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