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È passato più di un mese da quando la Comunità di rifugiati sudanesi di via Scorticabove a Roma è stata sfrattata (senza alcun preavviso) dallo stabile nel quale viveva dal 2005. Una vicenda di cui Left si è occupato sin dal primo momento e che, durante questo periodo, ha visto tre incontri tra Comune e Comunità, nei quali l’amministrazione capitolina ha proposto perlopiù posti in strutture di accoglienza. Soluzione che non riconosce il valore di una comunità unita e portatrice di un’esperienza esemplare di autogestione, per la quale il ritorno nei centri di accoglienza sarebbe nient’altro che una regressione.

Soluzione di fronte alla quale la Comunità, già nel secondo incontro (del 23 luglio), ha risposto rilanciando con una proposta, presentata con maggiori dettagli nell’ultimo vertice del 6 agosto: l’assegnazione di un bene pubblico per partire con un’esperienza di co-housing e rigenerazione di uno spazio urbano. Un progetto che sta prendendo forma, realizzato dalla Comunità stessa con l’apporto delle tante, tantissime realtà solidali, non ultima Alterego-Fabbrica dei diritti, che presenterà a giorni un parere legale per sostenerne la fattibilità. Un’idea che muove le fila da una legislazione che permette esperienze di questo tipo, a cominciare dalla «Legge regionale n.11 del 2016 – come spiega a Left Federica Borlizzi di Alterego – dove si parla della possibilità di attivare esperienze di co-housing per le persone soggette a sfratto e la Legge regionale n.7 del 2017 nelle cui finalità si parla di favorire forme di co-housing per condividere spazi e attività».

Un progetto che ha le idee chiare anche riguardo alla copertura economica, con tre voci di finanziamento: il Fondo sociale europeo, il Pon (Piano operativo nazionale) e il Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione), con quest’ultimo che vedrà uscire un nuovo bando in autunno. Un progetto per il quale è stata chiesta al Comune una ricognizione dei beni pubblici inutilizzati dai vari municipi, nell’attesa della quale è stata comunque fatta una proposta riguardo ad alcuni immobili della Tenuta del Cavaliere, «un bene inutilizzato ma dato in gestione al dipartimento delle politiche sociali del Comune di Roma», come spiega Borlizzi, che oltre ad essere vicino al luogo in cui la Comunità risiede da anni, ha anche un terreno agricolo, che permetterebbe un’altra delle finalità del progetto: quella di fornire servizi e attività che valorizzerebbero le competenze dei ragazzi della Comunità.

E quindi agricoltura biologica, una futura start-up di agriturismo o ristorazione, magari specializzata nella cucina sudanese, perché «ci sono tanti ragazzi qualificati – come racconta, in un perfetto italiano, Adam, uno dei portavoce della Comunità – che magari in Sudan studiavano o non facevano questo, ma qui hanno imparato e conseguito attestati». Servizi e attività che si inserirebbero perfettamente nella logica del progetto, con il quale la Comunità, sulla base della legislazione in materia di rigenerazione urbana e recupero edilizio, richiede alle istituzioni l’assegnazione di un bene per renderlo fruibile anche alla collettività. Svolgendo al suo interno, oltre alle attività sopracitate, anche sportelli di orientamento legale, sanitario e lavorativo per richiedenti asilo, scuola di italiano, nonché un lavoro di recupero dello spreco alimentare.

Un’idea che sta ricevendo il supporto anche del mondo accademico, con la disponibilità a collaborare da parte di alcuni docenti della facoltà di Architettura dell’università Roma Tre. Un progetto di fronte al quale il Comune, rappresentato tra gli altri dall’assessore Laura Baldassarre, nell’incontro del 6 agosto si è dimostrato «disponibile in merito alla fattibilità di una co-progettazione finalizzata all’assegnazione, tramite bando o convenzione, di un bene pubblico in auto-recupero alla comunità», come recita il Comunicato della stessa Comunità.

Nel medesimo incontro però, il Comune ha riproposto per l’immediato la soluzione dei posti in strutture di accoglienza, annunciando anche un imminente sgombero del presidio di via Scorticabove. Prospettiva di fronte alla quale la comunità ha risposto con una domanda: «Se l’istituzione riconosce l’enorme valore sociale della nostra esperienza di autogestione tanto da dimostrarsi disponibile ad un percorso di co-progettazione finalizzato all’assegnazione di un bene, come può poi quella stessa istituzione non tutelarci dinanzi a uno sgombero oramai dato per certo?». Domanda in aggiunta alla quale la Comunità ha dichiarato che proseguirà la battaglia per veder riconosciuta la propria esistenza «convinti che una “soluzione ponte”, – si legge sempre nel comunicato – in attesa dell’individuazione dell’immobile, si possa e si debba trovare».

Immobile che è parte integrante di quel progetto che, a ben vedere, non rappresenterebbe neanche una novità. Parlando di autogestione di spazi e di servizi alla collettività infatti, tale progetto servirebbe “solo” a riconoscere appunto istituzionalmente quanto la Comunità sudanese fa già da anni. Da quando infatti, nel 2015, la Cooperativa che gestiva lo stabile di via Scorticabove se ne andò (risultando poi coinvolta in Mafia Capitale) e i Sudanesi, già in parte autorganizzati, aumentarono il loro impegno, creando gruppi di cucina, di pulizia ma soprattutto riqualificando lo stabile «con i nostri soldi – come racconta Adam – facendo molti lavori all’interno perché tra di noi ormai c’erano dei professionisti».

Una comunità che nel passato ha sopperito da sola all’assenza delle istituzioni, svolgendo anche funzioni per la collettività, «dando ad esempio – prosegue Adam – tutto il supporto, anche legale, a chi come noi era arrivato in Italia dal Sudan». Un nucleo di persone capace di mettere in campo importanti pratiche di mutualismo, come la cassa di mutuo soccorso. «Ogni settimana – racconta Adam – tutte le persone che lavorano mettono una certa cifra che va a comporre una cassa comune per quelli di noi che magari al momento non lavorano. Tutto per non lasciare nessuno in una situazione di fragilità».

Una Comunità ben inserita nel tessuto sociale, che ha ricevuto e sta ricevendo il pieno sostegno di associazioni e cittadinanza. E che, nonostante il trattamento ricevuto dalle istituzioni, continua a portare avanti la propria lotta nel pieno rispetto di quest’ultime, cercando sempre il dialogo. «Nel 2015 – ricorda ancora Adam – la Cooperativa andò via senza dirci niente. Non sapevamo il perché. Un nostro portavoce andò a chiedere spiegazioni in Comune, e soprattutto a domandare cosa avremmo dovuto fare. Ci dissero di aspettare. E noi aspettammo».

Fino allo scorso 5 luglio, giorno in cui, senza preavviso alcuno, arrivò lo sfratto per Adam e i suoi compagni, gettati di colpo in strada. Quella stessa strada dalla quale ora rischiano di essere sgomberati e da dove continuano a lottare «perché noi siamo autonomi – ribadisce Adam – non vogliamo tornare nell’emergenza dell’accoglienza». Una lotta che, nonostante tutto, procede con una solida certezza. «Non abbiamo occupato la struttura e non la occuperemo mai. Non faremo mai una cosa illegale». Un approccio che dimostra quanto sia forte e concreto, in questo gruppo di rifugiati sudanesi, il senso della parola dignità.

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