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Via Scorticabove come Piazza Indipendenza e via Curtatone. Uno sfratto per morosità a carico della vecchia cooperativa che gestiva il centro d’accoglienza – poi coinvolta nello scandalo Mafia Capitale – e centoventi rifugiati, dal 5 luglio scorso, sono per strada. Tanti con il permesso di soggiorno e alcuni in possesso della cittadinanza italiana. Ma tant’è. I loro diritti sociali, primo fra tutti, quello all’abitare, sono stati calpestati. «Siamo rifugiati, siamo scappati dalla guerra, siamo in Italia da anni. Non possiamo essere trattati come criminali, non possiamo rimanere per strada», dicono, durante la conferenza stampa seguita allo sfratto.

«Dove è la nostra protezione internazionale?», chiedono, scrivendolo su uno striscione che campeggia sotto la sede dell’Unhcr – Agenzia Onu per i rifugiati, che in un post su Twitter, prontamente, risponde: «Saremo felici di accogliere la delegazione di rifugiati sgomberati ieri da via Scorticabove, a momenti chiuderemo la conferenza stampa alla Stampa Estera sulla Libia, per recarci da loro».

Precisando, successivamente, in una nota «l’urgente necessità di attuare misure specifiche per favorire l’integrazione dei rifugiati in Italia (…) e che vengano individuate con urgenza delle soluzioni per tutti coloro che ancora non hanno una sistemazione. È necessario, inoltre, mettere in campo una strategia complessiva per migliaia di rifugiati che, nella città di Roma, dormono in palazzi occupati o in insediamenti informali».

Ma anche in occasione del tavolo di confronto, convocato il 12 luglio, la risposta delle istituzioni capitoline si è rivelata inadeguata: a parte quei quaranta posti nei centri di accoglienza – peraltro, già proposti nell’intervento della Sala operativa sociale, il giorno dello sgombero -, si sono dette sprovviste di qualsiasi strumento di autorecupero per fronteggiare questa emergenza abitativa a meno di pensare a lungo termine, percorrendo la strada (lunga, impervia e dubbia) del Regolamento sui beni confiscati alla mafia. Soluzioni inaccettabili per la comunità sudanese, coesa e portatrice di un’esperienza esemplare di autogestione, per la quale il ritorno nei centri di accoglienza è una regressione di quindici anni almeno.

«Tutto ciò è molto contraddittorio: da una parte, il governo sbraita contro le spese per sostenere l’accoglienza, dall’altra, è l’unica cosa in grado di proporre, giustificandola con l’assenza di strumenti legislativi alternativi», spiega a Left, Margherita Grazioli di Movimento per l’abitare, presente all’incontro con l’assessore alle Politiche sociali, Laura Baldassarre.

«Ci chiediamo, ancora una volta, dove sono le soluzioni alternative allo sgombero, dove andranno questi rifugiati e perché l’assessore alle Politiche sociali, Laura Baldassarre, continui a nascondersi e a evitare responsabilità evidenti», tuona il presidente di Baobab Experience, Roberto Viviani. Che continua: «A Roma, ogni questione sociale viene trasformata in un problema di ordine pubblico e demandato alla questura e alla prefettura. È frustrante vedere tutto ciò in una città, invece, ricca di forze sociali che praticano solidarietà tutti i giorni. Siamo in tanti a resistere concretamente, con atti reali, alla spirale d’odio fomentata dal governo e dalle amministrazioni locali. Siamo in tanti a sapere che, se la nostra società diventa ogni giorno più iniqua, ingiusta e inumana, non è certo per colpa di homeless, migranti o rom: i responsabili sono altri e la situazione non migliorerà togliendo diritti ai più poveri».

Il prossimo incontro per provare a trovare una soluzione alla crisi è stato fissato per ìl 23 luglio.

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