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Nel 2014 Salvatore Settis in Se Venezia muore descrive il dilagare della monocultura del turismo in quella meravigliosa città e lancia l’allarme sulla concreta possibilità che, senza efficaci interventi, Venezia rischia di scomparire come entità urbana viva, per trasformarsi in un grande teatro dell’effimero, in cui fiumi di persone sciupano delicati campi e calli, mentre i residenti si assottigliano sempre più. Fino, estremizzando, a scomparire del tutto. E una città senza residenti, afferma Settis, perde la memoria, resta un set cinematografico, per sua natura finto. Le città sono costruzioni complesse generate da esigenze economiche. Sono plasmate della cultura artistica e storica che le caratterizza, ma sono figlie delle ricchezze che producono. Per oltre cinque millenni hanno saputo mantenere un equilibrio tra le esigenze produttive e quelle di mantenimento della popolazione residente, indispensabile a garantire il funzionamento di tutte le attività urbane. Anche quando in epoca moderna le città sono state investite dal fenomeno della grande industria manifatturiera, i processi di identità dei luoghi sono rimasti più o meno indenni. L’economia neoliberista sta sconvolgendo i paradigmi storici che hanno generato le città e sta causando fenomeni di omologazione di interi settori urbani.

Proviamo a declinare gli effetti urbani causati dall’economia dominante nel caso di Roma, capitale e città con dimensioni demografiche più grandi dell’intero Paese, iniziando proprio dal fenomeno più vistoso, quello della sostituzione della popolazione residente con le attività turistiche. Il turismo, comprensivo della filiera del commercio, e il sistema audiovisivo sono ormai il settore di punta della città. Nel 2015 ci sono state oltre 40 milioni presenze turistiche che, oltre all’accoglienza, hanno alimentato anche il gigantesco sistema di somministrazione di pasti e bevande, che ormai connota l’intero centro storico. Non siamo ancora arrivati alle punte veneziane, ma Roma è divorata da quello stesso modello economico. Per comprendere la discontinuità che si è prodotta, basta ripercorrere la storia della violenta trasformazione della città, che si ebbe con l’esplosione delle attività terziarie negli anni Settanta. Anche allora si produsse una forte richiesta di spazi per attività d’ufficio, che – in mancanza di una seria politica urbanistica – aggredirono gli spazi residenziali. Alloggi abitati da famiglie furono…

L’articolo di Paolo Berdini prosegue su Left in edicola


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