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Qua e là in giro per il mondo si assisterebbe a un fenomeno di “neomunicipalismo”, si dice. Intendendo, per la verità, una grande varietà di fenomeni. Il primo riguarda il rinnovato protagonismo delle città e dei relativi sistemi di governance nell’affrontare questioni complesse e cruciali dell’avvenire, quali il cambiamento climatico, le diseguaglianze e le stesse migrazioni. La sovra-esposizione delle città a tante di queste questioni le trasformerebbe in veri e propri laboratori per l’elaborazione di nuove forme di azione collettiva e anche di politiche pubbliche finalizzate a “risolverle”: dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, messe in opera di recente da molte città, alle politiche di integrazione dei flussi di rifugiati. A corollario di questa accresciuta capacità sperimentale e di produrre “innovazioni” proprie alle città ed ai loro governi (intesi sempre in senso molto allargato) ci sarebbe anche la tendenza di queste a creare o ad aderire a “network”, sia macro-regionali sia globali, con altre città. Network all’interno dei quali le città possano scambiarsi esperienze concrete attivando anche collaborazioni utili a migliorare le proprie politiche locali. In sintesi, le città sarebbero in questa prospettiva i luoghi della sperimentazione di nuove soluzioni efficaci ed innovative ai problemi pubblici emergenti, tanto da auspicare un pianeta addirittura governato dai sindaci (è questa la tesi di un libro di grande successo del politologo Benjamin Barber dal titolo inequivoco Se i sindaci governassero il mondo). Il secondo fenomeno, pur avendo molto a che fare con alcuni degli aspetti del primo, riguarda più direttamente la sfera politica. Vi ricordate, restando al nostro Paese, la “rivoluzione arancione” dei primi anni 10 del 2000 oppure il partito dei sindaci dei secondi anni Novanta? Ecco, per neomunicipalismo, si può intendere anche il frequente riaffacciarsi di fenomeni di cambiamento…

L’articolo di Alessandro Coppola prosegue su Left in edicola


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