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Qualche anno fa circolava nelle tv turche un bizzarro spot. L’imprenditore edile Ali Aligoglu pubblicizzava la nascita di un nuovo quartiere residenziale a Istanbul. Camicia bianca sbottonata e jeans sbarazzino, su uno sfondo iper-saturato e surreale, Ali affermava solenne: «Stiamo creando una nuova area con 3.100 appartamenti. L’87 per cento sarà destinato a spazi verdi con campi da golf!». Il costruttore insisteva impettito: «Ho sempre sognato giardini al decimo piano, e ora saranno realtà! Tutti meritano di vivere in una casa con una piscina. Qui ce ne sarà una lunga 130 metri». Infine, armato di elmetto giallo e in posa da supereroe, appariva in piedi su una ruspa: «Ci sarà una piazza, un centro commerciale, tutta l’area pullulerà di vita! Con un pagamento anticipato di mille lire turche, anche tu potrai averne una tutta tua».

L’enfasi e le aspirazioni di Ali Aligoglu si riferivano a Istanbul ma possono essere considerati paradigmatici di quel che è accaduto in numerose grandi città. In pochi anni, intorno alle megalopoli sono spuntate a macchia di leopardo numerose cattedrali nel deserto. Si è passati dall’idea di agorà greca agli abrasivi neologismi di gentrification e disneyficazione. Un processo che si è realizzato attraverso tappe tese a sottovalutare, svendere, depauperare gli aggregati urbani.

Se infatti, nei secoli scorsi, le città hanno subito profondi cambiamenti legati all’industrializzazione, oggi, i centri cittadini si plasmano sulla base degli input neoliberisti. Mentre nel Medioevo i commercianti si appropriarono dei centri urbani per la produzione e la vendita delle loro merci, adesso è la città a diventare essa stessa merce. La frontiera dove reinvestire il surplus capitalista in mattoni e cemento. In centri commerciali e quartieri-dormitorio.

L’esempio della rivoluzione urbana di Istanbul è emblematico. Il processo si muove a ritmi serratissimi, favorito anche dall’istituzione di…

L’articolo di Dino Buonaiuto prosegue su Left in edicola


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