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In principio fu Jean Claude Izzo, uno dei padri del noir contemporaneo, morto precocemente, a far irrompere nella narrativa popolare per eccellenza, la descrizione di società europee che stavano cambiando. La Marsiglia raccontata, soprattutto nella trilogia che ha come protagonista Fabio Montale, è meticcia, cosmopolita, attraversata da conflitti in cui, più che “presunte purezze di sangue” o identità riconducibili al fenotipo di francese bianco, contano appartenenze di classe o quartiere di provenienza. Si tratta di un approccio che riguarda soprattutto Francia e Gran Bretagna. Marsiglia, città mediterranea e storicamente incrocio di popolazioni diverse, è altra cosa rispetto al resto della Francia, ma poi non è così vero. Dominique Manotti, scrittrice e militante, racconta volti di una Francia torbida in cui la presenza di cittadini, “con altre origini” attiene alla quotidianità. Vite Bruciate del 2006, ambientato in Lorena, descrive un conflitto in fabbrica. Scioperi contro delocalizzazione, corruzione e speculazioni in cui si muovono personaggi, soprattutto lavoratori, provenienti in particolar modo dal Maghreb, che agiscono in quanto sindacalisti, attivisti, fianco a fianco ai lavoratori autoctoni, nel tentativo di difendere il lavoro e di sventare un piano criminoso. L’autrice conosce bene il razzismo nelle istituzioni e fa dire ad un suo personaggio: «Un arabo, per la polizia, resta sempre un arabo», per non rimuovere il fatto che taluni conflitti non sono spariti con i processi di assimilazione. Restando in Francia, anche la celebre Fred Vargas affronta lo stesso tema. Uno degli agenti della squadra di Adamsberg, il suo personaggio principale, viene ad un certo punto…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola


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