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«Quante storie per un uovo in faccia» ha detto Beppe Grillo, dopo che giornali e tg lo avevano annoiato ripetendo la notizia, e la fotografia con l’occhio bendato, di una ragazza italiana di ventidue anni, campione internazionale di atletica, che, mentre camminava da sola, di notte, è stata colpita deliberatamente (ipotesi poi smentita dalle indagini) a un occhio, con schegge nella cornea, da un uovo lanciato con buona mira da un’auto in corsa. Forse la noia di Grillo era per il fatto che la giovanissima campionessa italiana ferita è italiana ma nera, padre e madre nigeriani italiani, e la persuasione detta subito da Daisy Osakue è di essere stata vittima di un gesto razzista. Non sto dicendo che Grillo è razzista. Non gli importa niente e non ha mai detto una sola parola sull’argomento, che interessa poco anche il suo datore di lavoro Casaleggio, titolare di una seria ditta rappresentante di non si sa che cosa, ma molto profetico. Lo infastidisce che qualcuno punti l’attenzione sull’ondata di razzismo (forse una pura catena di coincidenze fra eroi del cambiamento e balordi da strada) provocata all’improvviso da Torino ad Aprilia, da Catania al ferimento grave alla schiena della bambina rom, di 14 mesi. E tutto ciò a cominciare dalla presa del potere del suo governo. Lo infastidisce che in tanti vedano così chiaro il rapporto fra il linguaggio e anche i sentimenti divulgati del nuovo governo del cambiamento, e un improvviso moltiplicarsi della voglia di colpire, far male, ferire e offendere, purché si tratti di neri.
Però, mentre tutti hanno visto il volto ferito e medicato di Daisy, la “negra” ventenne di Moncalieri che vince con la bandiera dell’Italia le gare di atletica nel mondo, molti ricorderanno la frase meno nobile che si sia ascoltata da anni in Italia: «Quante storie per un uovo in faccia».
Ma raccontiamo tutta questa vicenda da capo, come ho provato a fare nel mio libro Clandestino
(La Nave di Teseo) dedicato alle copiose falsità sui migranti. Ho scritto sulla copertina “la caccia è aperta”. È quel che sta accadendo. Come tutti coloro che propongono guerra, questo strano e misterioso governo italiano presieduto da un prestanome di bell’aspetto, (e il solo con buone maniere della compagnia), usa un linguaggio che contiene una parte molto grande di disprezzo per qualunque avversario. Questo fatto suscita l’ammirazione rumorosa di alcuni, nel silenzio prudente di tanti. E ha provocato l’attenzione di chi non credeva che si potesse condurre un’azione di governo usando quasi solo insulti. Risveglia fra i suoi ammiratori il senso di libertà del poter esprimere liberamente parole e giudizi anche pesanti, senza pensarci due volte (“torna a casa tua, sporco negro”, “Ma tu chi sei? Vai nel reparto veterinario a farti curare”). Tutto ciò sempre a carico di coloro che non possono difendersi perché in Italia speravano (alcuni sperano ancora) di trovare asilo (qui la parola non è giuridica, è umana), protezione, un rapporto di esseri umani con esseri umani. La Lega è il motore di tutto, basta notare l’imbarazzante sottomissione del ministro Toninelli quando parla prima di lui e per lui il ministro dell’Interno. Toninelli, ogni volta, trova il suo capo “umanissimo” come nei vecchi film di Fantozzi. Personalmente ho dovuto cominciare a confrontarmi con la Lega quando la Lega era già in Parlamento (è il più vecchio Partito italiano), e io sono stato eletto alla Camera ai tempi della vittoria di Prodi. Ho trovato un gruppo agitato, rabbioso, pronto all’aggressione (ti gridavano “faccia da culo”, se tentavi di spiegare l’assurdo di ciò che dicevano). A quel tempo era un gruppo secessionista che non aveva ancora scoperto i migranti africani e si dedicava a denigrare, nel modo più volgare e violento gli italiani del Sud, colpevoli di tutto e indegni di tutto. Un gruppo che raccomandava ai suoi seguaci di gettare “nel cesso” la bandiera tricolore. E si faceva spesso rappresentare, nei discorsi in aula, dal deputato Borghezio, un uomo che ha interrotto la sua solitudine mettendo insieme, a Torino (anni Novanta) un assembramento notturno detto “guardia padana”, con il compito di incendiare i giacigli di “stranieri” senza casa. Borghezio è stato condannato in via definitiva in Italia, ma rappresenta ancora la Lega al Parlamento europeo. Infatti il suo esempio (come le parole del senatore leghista Calderoli, che ha chiamato «scimmia» la ministra afro-italiana Kyenge, allora nel governo di questo stesso Paese) non è andato perduto. In pochi giorni del luglio 2018, appena maturato il giusto clima di questo governo, una bambina rom, di poco più di un anno, in braccio alla madre, in strada, è stata colpita alla schiena da un colpo di fucile ad aria compressa, sparato dal balcone di una buona casa, con buona mira, e messa in pericolo di vita da un nostro connazionale non povero, non arrabbiato, appena pensionato da un buon impiego. Nei giorni successivi, uno dopo l’altro, altri nostri connazionali, che evidentemente hanno sentito finalmente approvati ad alto livello i loro sentimenti, hanno preso la mira su persone nere e colpito, con la calcolata attenzione di bravi tiratori. Forse non razzisti ma abili, se si deve colpire un nero. Hanno sentito il dovere di prendere posto, nella guerra che il nuovo governo fondato su un contratto Lega-Cinque stelle ha dichiarato agli esseri umani detti “clandestini”, in realtà profughi, i “nemici” storditi e sperduti di una caccia crudele che prevede (ordina) la restituzione ai libici di interi barconi di gente salvata in mare, che vuol dire: saranno schiavi, donne e bambini inclusi. È un evento che è già accaduto, quando i militi della Repubblica di Salò consegnavano scrupolosamente ai tedeschi gli ebrei che avevano individuato e arrestato per essere mandati a morire.
C’è dunque guerra appena dichiarata contro esseri umani che non dovrebbero stare qui per ragioni di razza (la parola è stata rilanciata per la prima volta, dopo l’abbattimento del fascismo, dall’attuale presidente leghista della Regione Lombardia, Fontana), di religione, di cultura, di estraneità ai nostri valori, di difesa “dall’invasione”. La posizione umana e morale è quella di Kazchinsky, Orban, Kurz. E Putin. Qualcosa di molto più patriottico accade subito dopo. Il 27 luglio, ad Aprilia (Italia). Un marocchino, dichiarato “sospetto” (parola usata anche dai telegiornali senza tentativi di spiegazione, sospetto di che cosa?), è stato prima inseguito in macchina e poi ucciso da una ronda della Lega del Sud. Tre uomini pronti alla difesa della razza, di cui uno armato, hanno inseguito, tamponato e ucciso a botte “il sospetto”, primo caso di linciaggio nella nuova epoca italiana. Sul linciaggio il governo ha taciuto. Non tutti, però. Il ministro dell’Interno ha questo da dire: «I reati sono reati. Ma allora si usi la stessa mano pesante per le migliaia di reati commessi dagli immigrati». Il ministro, evidentemente ha sottovalutato l’importanza delle comunicazioni. Ha dimenticato che nessuno ha finora annunciato una ondata di reati gravi commessi in massa da “clandestini”, in un Paese in cui il femminicidio, la vasta rete di mafia, ndrangheta, sacra corona e droga restano saldamente nelle mani di italiani. E che mentre si acciuffano (con la finzione del salvataggio) e si buttano nelle tonnare libiche centinaia di persone che forse hanno diritto di asilo ma non hanno potuto chiederlo, non si hanno notizie di Matteo Messina Denaro, capo supremo della mafia, in libertà operativa da decenni. Il fantasma di Rosa Parks guarda a questa Italia dal fondo del mare. Neanche di lei sceriffi e politici del sud razzista americano pensavano granché. Ma non è lei che è rimasta fuori dalla Storia.

La guerra mondiale di Salvini è il titolo dell’incontro con Furio Colombo in programma venerdì 7 settembre nell’ambito del Festival della comunicazione di Camogli

L’articolo di Furio Colombo è stato pubblicato nel numero 32 di Left del 10 agosto


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