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In Quaderni palestinesi Mu’in Bsisu racconta che un carcerato incontrato da bambino nella prigione di Acri era solito ripetergli: «I ricchi hanno Dio e polizia. I poveri hanno le stelle e i poeti».
Chissà se avrà pensato a queste parole il poeta egiziano Galal el-Bahrairy, condannato a inizio mese da un tribunale militare in Egitto a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di 560 dollari. I suoi “crimini”? Un libro di poesia in cui avrebbe criticato l’esercito egiziano e una canzone ironica contro il presidente al-Sisi. El-Behairy era stato arrestato a marzo dopo aver pubblicato la sua canzone “Belaha”, dal nome di un personaggio di un film egiziano noto per le sue bugie e con cui gli egiziani si fanno beffa di al-Sisi: «Oh Balaha, quattro anni sono alla fine trascorsi in disgrazia / Con tutti i tuoi gangster nelle prigioni più buie / Spero tu possa marcire in un posto così».
Parole inaccettabili nell’Egitto dell’ex generale golpista. Ma i poeti sono nel mirino delle autorità non solo qui. A distanza di diversi chilometri da il Cairo, infatti, la poetessa palestinese, ma cittadina israeliana, Dareen Tatour è stata condannata da un tribunale di Nazareth per «incitamento alla violenza» perché rea di aver pubblicato su internet nel 2015 – nei giorni caldi dell’«Intifada di Gerusalemme» (o «dei coltelli» per gli israeliani) – i seguenti versi accompagnati da alcune immagini di proteste palestinesi: «Resisti, mio popolo, resisti a loro / A Gerusalemme, ho indossato le mie ferite e respirato le mie pene / E ho portato l’anima sul palmo della mano / per una Palestina araba / Non mi arrenderò a una soluzione pacifica / Non abbasserò le mie bandiere / finché non li caccerò dalla mia terra». In un Paese dove i non ebrei (si legga «arabi») sono ormai ufficialmente…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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