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«Prima ancora degli psichiatri, sono gli artisti e i poeti che ci raccontano di quel mondo misterioso che è l’adolescenza. Un mondo pieno di turbamenti, di conflitti, di sogni e progetti ma anche di solitudine e tristezza» scrive la psichiatra Francesca Fagioli, dopo aver citato un brano di Bel-ami di Guy de Maupassant, in un suo articolo sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla. A lei che è dirigente medico al servizio di Prevenzione e intervento precoce salute mentale della Asl Roma 1, ci siamo rivolti per provare a far emergere alcune delle mille sfumature che riguardano questa fondamentale tappa della nostra vita, troppo spesso giudicata attraverso una lente deformata dai luoghi comuni.

Cos’è l’adolescenza?

L’adolescenza è il tempo in cui si devono comporre come in un puzzle tutte le sensazioni, emozioni, affetti, immagini che ci portiamo dentro dai nostri primi giorni, mesi, anni di vita. E l’adolescente tante volte non sa darsi un tempo. È come se, il tempo della nostra vita che inizia alla nascita, in adolescenza si fermasse e si allungasse allo stesso momento. Il mondo indefinito di luci e ombre del neonato, che nel primo anno di vita non ha ancora la visione nitida delle cose, riemerge nell’adolescenza, in particolare in quella incertezza che l’adolescente ha nella ricerca di un altro da sé. Per cui l’identità che prima di tutto è da cercare e consolidare è quella sessuale. Ma essere atti alla sessualità con la pubertà non significa un immediato passaggio all’atto. Ognuno ha bisogno di un suo tempo, per poter cimentare la propria identità in un rapporto con un essere umano che è assolutamente uguale a se stessi ma è completamente diverso, ossia nel rapporto uomo donna. Per cui la sessualità diventa rapporto interumano, ricerca, realtà umana che deve portare con un sentire del corpo a costruire un’identità non a distruggerla.

Nel linguaggio comune si parla di crisi adolescenziale come di un fatto normale a cui tutti vanno incontro in questa delicata fase di cambiamento. Cosa distingue una crisi “fisiologica” da una che fisiologica non è?

L’adolescenza è crisi per definizione. Una crisi assolutamente fisiologica perché avviene in un periodo particolare di passaggio dall’essere bambino al diventare adulto. Questo tempo può essere lungo, mutevole, diverso da individuo a individuo e anche da cultura a cultura. Ed è un cambiamento che coinvolge tutta l’identità dell’adolescente nei suoi affetti, nel sociale, da un punto di vista neuronale di sviluppo, cognitivo, giuridico. In particolare, appunto, nell’ambito della sessualità.

Perché deve esserci una crisi?

Per lo più è dovuto a un fatto biologico. In adolescenza deve emergere e svilupparsi quella identità umana che si forma alla nascita e che comprende una realtà anatomofisiologica del corpo che alla pubertà – il primo periodo dell’adolescenza – porta alla formazione dei caratteri sessuali secondari, un cambiamento che imprime al corpo una sorta di esplosione. Tuttavia l’identità comprende anche la realtà mentale. Il suo sviluppo non è visibile come quello del corpo però dovrebbe andare di pari passo a quello corporeo, in una fusione e non in una frattura con il corpo stesso.

Cosa succede in caso di “frattura”?

Sta qui la differenza tra crisi fisiologica e non. Non è fisiologica quando la mente si scinde dal corpo e può diventare addirittura violenta contro la propria realtà biologica. In tal caso, quella che è una irrequietezza assolutamente sana dell’adolescente che cerca un sapere, una conoscenza, diventa agitazione, diventa panico. L’essere un po’ introverso, silenzioso, diventa una solitudine, un vuoto mentale che impedisce di concentrarsi. Se la mente si ammala, il pensiero diventa qualcosa di potenzialmente pericoloso per se stessi. D’altro canto forse il caso peggiore è quando la crisi non c’è proprio. C’è chi sta bene pur essendo in crisi (appunto quella fisiologica), ma a volte lo “star bene” è la punta di un iceberg. Sotto un apparente distacco, freddezza, noncuranza, c’è un ghiaccio molto più profondo che si lega al termine anaffettività. Allora lo psichiatra deve saper distinguere in questo turbinio di situazioni diverse quella che è una crisi fisiologica da quella che non lo è.

I media spesso si occupano degli adolescenti solo quando alcuni di loro si trovano al centro di vicende di cronaca nera, finendo per restituire la fotografia di un mondo pieno di problemi, per lo più gravi, da tenere a bada. Come se a 15-16 anni i ragazzi fossero tutti potenziali delinquenti. Si tratta secondo noi di una visione del tutto alterata della realtà adolescenziale. È d’accordo?

Assolutamente sì. Basta pensare alla storia. L’irrequietezza giovanile, la ricerca di una conoscenza, un sapere che ha potenzialmente in sé qualcosa di forte, c’è sin dai tempi dei clerici vagantes. Io penso che si debba restituire ai giovani l’immagine di essere loro stessi una novità, di avere una possibilità di cambiamento, uscendo dai luoghi comuni che ne fanno solo dei delinquenti e dei drogati. Certo ce ne sono. Sono però una minoranza, non quello che si crede. Ed è una minoranza che ha un malessere psicologico.

C’è chi punta il dito contro l’educazione che ricevono.

Io penso che un giovane non debba essere educato ad avere un comportamento adeguato. Questo deve essere qualcosa che gli viene da dentro e che lo porta spontaneamente a muoversi in un certo modo nelle relazioni interumane, nel sociale e nei rapporti con i pari in particolare. Se non accade allora dobbiamo avere il coraggio di dire che c’è un malessere, che c’è una malattia mentale. Non è che ci si sveglia una mattina e improvvisamente si decide di fare il bullo con i compagni, oppure di fare branco e violentare una ragazzina, o di mettersi a tirare sassi dal cavalcavia “per noia”. Si deve avere il coraggio di dire che queste cose sono patologie mentali che riguardano una minoranza dei giovani.

Sappiamo che la psichiatria in generale ha diversi orientamenti. Anche quando si occupa di adolescenza?

La psichiatria oggi si dibatte senza trovare soluzione tra coloro che ritengono che la malattia mentale sia un fatto biologico e quindi più o meno genetico, e coloro che invece pensano che sia determinata dalle condizioni sociali e ambientali, facendone una questione quasi esclusivamente politica. Noi, basandoci sulla Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, sappiamo, ed è fondamentale, che il neonato sin dalla nascita ha un’identità precisa, ha un’identità “sapiente” e si relaziona all’ambiente con delle caratteristiche sue proprie. Quello che noi chiamiamo pensiero, il pensiero senza coscienza che emerge alla nascita, si forma dalla realtà biologica per una reazione mentale del neonato nei confronti del mondo non umano.

E la sapienza?

La sapienza che si ha nel primo anno di vita è un pensiero per immagini senza parola. Il vagito del neonato è quello che poi diventerà linguaggio articolato. Quindi la mente del neonato è certamente diversa da quella razionale dell’adulto. Ma questo pensiero poi cresce, si nutre e si sviluppa, attraverso le diverse tappe della vita – l’allattamento, lo svezzamento, visione dell’essere umano diverso e appunto la pubertà. La chiave di tutto è qui. Più precisamente, nella qualità di questi rapporti, fatti non solo di un benessere fisico e materiale. E ancora più, è nella qualità delle separazioni dai vari rapporti che lasciano dentro di noi una memoria dell’esperienza che abbiamo vissuto. Una memoria che non è il ricordo cosciente delle cose e che si svilupperà poi nella realtà mentale dell’adolescente.

Quanto e perché è importante intervenire in tempo con una diagnosi precoce?

Questa teoria forte ci permette di seguire e di capire quando, come, perché e in che modo il processo di sviluppo eventualmente si blocca. Sappiamo che le patologie psichiatriche emergono in adolescenza, è difficile e più raro trovarne nel bambino. Quanto prima noi riusciamo a individuare e affrontare la malattia mentale, quindi a fare diagnosi precoce, tanto più c’è possibilità di intervenire e di fare una cura, una psicoterapia per tendere alla guarigione. In adolescenza si può tentare il tutto per tutto, cosa che su un individuo adulto è molto più difficile.

Uno studio britannico ha rilevato che in Europa tra i giovani dai 16 anni in su c’è un crescente disinteresse per la religione. In che modo può incidere sulla crescita di una ragazzo un’educazione religiosa o vivere in un ambiente culturale intriso di credenze religiose?

Questo penso che sia un altro grande segno che i giovani sono molto più avanti di quello che pensiamo. Sono molto più maturi delle generazioni precedenti. E quindi sembrano rifiutare i concetti che ha la religione, il mondo delle superstizioni che ha la religione e che tanto, ancora oggi, contribuiscono ai conflitti, al terrorismo alle guerre. Questi dati sono prove inequivocabili di questa intelligenza giovanile. Sappiamo bene che tutta la nostra società si è sempre retta sulle due gambe terribili che sono la religione e la ragione. Pensiamo ad Ifigenia. Una ragazzina adolescente che deve morire per far partire le navi che faranno vincere la guerra dell’Occidente contro l’Oriente. Quindi una ragione che si sposa inevitabilmente con la religione e sacrifica l’irrazionale, adolescente e guarda caso femminile.

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Intervista pubblicata su Left n. 14 del 6 aprile 2018

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