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«Siamo cittadini di un sistema democratico e palese, o sudditi di un regime totalitario mascherato? Per dare una risposta a questa domanda, di estrema attualità, il matematico Piergiorgio Odifreddi si è messo a tavolino e ha scritto un libro utilizzando gli strumenti che più gli sono congeniali, quelli della logica. Arrivando a quale conclusione? La democrazia non esiste è il titolo del volume appena uscito per Rizzoli (e Critica matematica della ragion politica è il sottotitolo). Per saperne di più abbiamo rivolto a Odifreddi alcune domande.

Cosa c’è che non va nella nostra democrazia?

Spesso ci sono concetti che vengono accostati o confusi con quello di democrazia, questo libro è un tentativo di distinguerli.

Ad esempio?

Si pensa che la democrazia sia il modo più efficace per implementare i diritti. Ma c’è un teorema dimostrato scientificamente da un premio Nobel dell’economia, non da un outsider qualsiasi, Amartya Sen, il quale sostiene che la democrazia e i diritti sono incompatibili tra loro.

Da una parte ci sono i diritti, dall’altra c’è la democrazia?

Esattamente. Bisogna scegliere quale dei due vogliamo avere. L’esempio dell’economia è il più evidente. Sappiamo tutti che la distribuzione della ricchezza nel mondo (e in Italia) è iniqua. L’uno per cento della popolazione ha la stessa ricchezza del rimanente 99%. Se volessimo mettere alla prova democratica questa cosa, che cosa accadrebbe? Che l’esproprio e la redistribuzione della ricchezza posseduta da quell’uno per cento passerebbe con il 99% dei voti.

Perché non succede?

Perché il diritto di proprietà è tra i diritti fondamentali tutelati in quelle realtà che si chiamano democrazie. Alla base c’è la finzione che le due cose vadano d’accordo. Ma i diritti di coloro che sono ricchi, spesso, sono contrari all’interesse della maggioranza della popolazione. E qui penso al presidente Mattarella che nel valutare la lista dei ministri si preoccupa della reazione negativa dei mercati: è la traduzione pratica del teorema di Amartya Sen. Il punto è che se si sceglie in base ai diritti e alle indicazioni della popolazione si è in democrazia, se si guarda allo spread e all’indice di Borsa non si è in democrazia. È molto triste ma è così».

È per questo che nel libro definisce un “fantasma” la nostra democrazia?

Fantasma è qualcosa di evanescente. Se gli elettori scelgono quello che va bene ai poteri forti, va tutto bene. Se provano a cambiare lo status quo ecco che la democrazia diventa una finzione. Serve per far credere che siano gli elettori a decidere.

«L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro», dice l’articolo 1, e per almeno tre volte la Corte costituzionale ha sentenziato che la laicità è un caposaldo dello Stato. Democrazia e laicità sono sinonimi?

Io la metterei così: ci può essere una democrazia compiuta senza laicità? Per me indubbiamente no.

E immettere nella Costituzione di uno Stato – che avrebbe dovuto essere laico – un concordato con la Chiesa cattolica è l’opposto di una visione laica. Peraltro, a proposito di sovranità popolare e di democrazia l’articolo 7 non si può abrogare nemmeno tramite referendum. Può sembrare paradossale ma nella storia dell’Unità d’Italia, c’è stata più laicità prima della Costituzione repubblicana che con essa. Dopo il 1861 e per circa 50 anni ci sono stati dei governi non solo laici ma addirittura anticlericali. Con un conservatore come Crispi che arrivò allo scontro con il papa pur di erigere la statua di Giordano Bruno a Roma in piazza campo de’ Fiori ,dove era stato messo al rogo. Oggi sarebbe impensabile. E non solo per i 50 anni di Dc.

A chi si riferisce?

Oggi la nostra società è quasi papista. Pensiamo a un giornale come Repubblica che è stato laico per tanti anni e adesso assomiglia a un organo ufficiale della Santa sede. Questo è l’ambiente culturale in cui viene interpretata la laicità nel nostro Paese. Vien da sé, così, un appiattimento nei confronti della Chiesa e un’esaltazione di questo papa, che in fondo è anche lui come Salvini un populista, conservatore di destra.

Eppure Bergoglio viene additato come ispiratore da molti progressisti nostrani.

È un’ulteriore prova che la laicità in Italia vada assolutamente riscoperta. Penso però che gran parte della popolazione non sia d’accordo. E qui c’è un paradosso molto italiano: in chiesa ci va solo una minoranza. Ma quando c’è in ballo la contrapposizione o quanto meno la non acquiescenza al potere ecclesiastico quella minoranza si trasforma stranamente in una maggioranza. Ricordiamoci cosa è successo con la legge 40 e il referendum del 2005. L’Italia era spaccata in due in maniera singolare: da una parte, per l’abrogazione, la comunità scientifica con in testa due premi Nobel, Dulbecco e Montalcini, e dall’altra Ratzinger e Ruini. In una democrazia cose del genere non dovrebbero mai accadere. La popolazione dovrebbe respingere al mittente queste intromissioni ecclesiastiche nella vita pubblica e nelle leggi dello Stato invece non lo fa. Nemmeno quando ancora oggi dopo 40 anni si mette in discussione la legge sull’aborto.

Il motto del risorgimento era “Libera chiesa in libero Stato”…

La democrazia imporrebbe che la Chiesa fosse libera, ma non che fosse finanziata dallo Stato. E invece c’è l’ottopermille, ci sono decine di migliaia di insegnanti di religione nella scuola pubblica. La laicità sia parte integrante della democrazia ma il fatto che non ci sia in Italia è l’ulteriore dimostrazione che, come diceva di Rodotà, la nostra è una democrazia di facciata. Sembra che ci sia ma non c’è. Non solo perché le decisioni che ricadono sulla nostra vita quotidiana sono prese dagli speculatori e dai cosiddetti ‘poteri forti’ dell’economia e della finanza. Ma anche per la carenza di laicità.

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Intervista pubblicata su Left n. 22 del 1 giugno 2018

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