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Districarsi tra numeri, tabelle e grafici relativi a chi abbandona il nostro Paese per trasferirsi stabilmente all’estero, non è facile. I singoli indicatori che segnalano il flusso di persone in uscita dall’Italia sono parziali. E fanno luce solo su uno spicchio di realtà. Facciamo un esempio. Secondo l’Istat, le cancellazioni all’anagrafe per l’estero nel 2016 sono state circa 114mila. Sempre nello stesso anno, le iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) per “solo espatrio” sono invece 124mila.

Le due cifre non coincidono e per di più sono sottostimate. Come mai? A spiegarlo ci pensa una ricerca di Marida Cevoli e Rodolfo Ricci (pubblicata all’interno di Le nuove migrazioni italiane, Ediesse). Basandosi sui movimenti migratori dall’Italia alla Germania tra il 2012 e il 2016, hanno scoperto che solo una parte di chi lascia il nostro Paese si reca nel proprio Comune per essere rimosso dal registro anagrafico. Vice versa, l’iscrizione all’anagrafe tedesca risulta conveniente e addirittura indispensabile per lavorare o aprire un conto in banca. Questo esempio spiega in buona parte perché il Centro studi e ricerche Idos ritiene ragionevole la stima di 285mila italiani emigrati nel 2016 (come indichiamo nell’infografica), vale a dire oltre il doppio del calcolo Istat.

Quella di chi saluta il Belpaese è una cifra importanteche, se unita agli altri dati demografici relativi all’Italia, fa cadere alcuni falsi miti.

Primo: quello dell’invasione. Nel 2016, a fronte di quasi 300mila partenze di italiani – principalmente tra i 18 e 34 anni – gli sbarchi di migranti sono stati circa 180mila. E mentre il trend degli espatri non accenna a diminuire, gli arrivi sulle nostre coste sono bruscamente frenati. Fino a toccare il -81% dei primi mesi del 2018 rispetto al 2017. Numeri che dovrebbero far implodere all’istante il terrorismo mediatico alimentato dal governo giallonero sull’immigrazione. Una vera “arma di distrazione di massa”, come scriviamo in copertina.

Secondo: quello dei cervelli in fuga. Solo il 25% di chi parte ha una laurea in tasca, e spesso gli stessi laureati vanno all’estero a fare lavori per cui non hanno studiato. Non solo “cervelli”, è anche una fuga di braccia.

Terzo: quello dell’esodo dal Sud. Le partenze più corpose di italiani si registrano da Lombardia e in Veneto. In parte, certo, si tratta di una “migrazione di rimbalzo”, ossia di studenti e lavoratori del Meridione che hanno vissuto al Nord e poi hanno deciso di proseguire la loro vita altrove. Ma è indubbio che ci sia altro, e che la crisi economica si sia fatta sentire anche nei distretti industriali del Settentrione.

L’articolo è tratto da Left del 27 luglio 2018


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