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«Perché tante persone in Italia sono tristi? Hanno tutto, ma sono tristi. Figli che non parlano con i genitori, genitori che non parlano con i figli. Quartieri della stessa città che non comunicano tra di loro». Clelia Bartoli rimane senza parole davanti a quelle osservazioni. A fargliele sono i suoi studenti del Cpia di Palermo, formalmente Centri provinciali per l’istruzione degli adulti ma da qualche tempo frequentati quasi interamente da giovani richiedenti asilo.

Dine è uno di loro. Ha 19 anni, un sorriso contagioso e la voce ferma di chi vuole realizzare i propri sogni. «Abbiamo riflettuto, guardandoci intorno. Rimanevamo male quando salutavamo e nessuno ci rispondeva. Ci spiegavano che in Italia è normale: non si saluta chi non si conosce. Per la nostra cultura è inconcepibile. Ci siamo accorti che qui quello che manca è la giocherenda». Clelia non capisce. Le spiegano che è un termine pular, una lingua parlata in parecchi Paesi del West-Africa, il cui significato si avvicina al concetto di solidarietà, ma il senso è ben più ampio.

«Si tratta di una parola composta – mi spiega Clelia – dai termini “giuntura” e “linfa vitale”; la giocherenda è quindi il fluido che, scorrendo nelle articolazioni, le tiene insieme e ne permette il movimento». Clelia e i suoi ragazzi parlano, ragionano, progettano: vogliono far conoscere a tutti la giocherenda. «L’assonanza con la parola italiana gioco è stata la chiave del rebus. Abbiamo cominciato a creare dei momenti cooperativi e narrativi. Attività in cui nessuno perde, in cui l’obiettivo è quello di dar luogo a una storia comune». Come la “ruota dei desideri”, un tabellone con dei cerchi concentrici in cui i partecipanti all’inizio devono scegliere il proprio desiderio, poi l’identità, infine i mezzi da utilizzare e gli ostacoli da aggirare per raggiungere il proprio sogno. 

«L’abilità è quella di ripensare le cose come risorse per raggiungere ciò che si desidera». Tra giochi e laboratori ludici i ragazzi di Giocherenda sono stati da esempio a tanti. Hanno coinvolto l’intera città, mescolando ricchi e poveri, giovani e vecchi. Sono stati contattati da Dell’Oglio, un’azienda di alta moda, per formare l’intero personale. E sono andati nei quartieri più periferici di Palermo, come lo Zen, Brancaccio e Ciaculli. «Stanno insegnando loro come non sentirsi stranieri nella loro stessa città, come praticare la resilienza collettiva», spiega Clelia.

Allo Zen, Dine si ferma a parlare con una ragazza dopo il laboratorio. Lei gli racconta che ha perso il padre, che ha problemi in famiglia. E che il sogno di diventare ballerina che nutriva tempo fa, l’ha ormai…

Il reportage di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2018


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