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Ci sarà da riflettere nel profondo per comprendere la tragedia di Genova e avviare una nuova fase di vita del Paese. Tragedia per le incolpevoli vittime in primo luogo, ma anche per una nazione che è arrivata al capolinea del trentennio del liberismo con un evento simbolico: una città e una nazione spezzati in due, senza alternative a portata di mano e senza una classe dirigente in grado di indicare una rotta credibile.

Iniziamo dallo svelamento della grande bugia che ha dominato questi ultimi decenni: pubblico è sinonimo di sprechi e malversazioni e solo il settore privato è in grado di garantire una prospettiva per tutti. È stato il centro sinistra di governo che ha svolto con un zelo degno dei neofiti il compito di cancellare tutti i monopoli pubblici che avevano garantito sicurezza sociale e benessere fino agli anni Ottanta. È sotto la presidenza di Romano Prodi che viene smantellato l’Iri, il colosso pubblico punto di eccellenza di capacità progettuali e realizzative. Nel 1992 Ferrovie dello Stato diviene – sulla base degli indirizzi europei – società per azioni. Con i governi Prodi-D’Alema-Amato si privatizzano le Autostrade e Telecom.

Gli storici ci hanno già raccontato di quale fosse stata la regia dell’operazione che ha consegnato il timone di un intero Paese a gruppi imprenditoriali spesso improvvisati e incapaci di guardare al futuro. Un giudizio immediato lo possiamo dunque già dare sul gruppo dirigente del centrosinistra acritico che si beava di aver fatto «lenzuolate di liberalizzazioni» mentre invece demoliva lo Stato, perché non c’è stato settore che non sia passato sotto la regia privatistica.

Qui nasce il primo nodo da sciogliere se l’Italia vuole davvero riprendere il cammino. In quegli anni sono stati demoliti sistematicamente tutti i saperi tecnici che avevano contribuito alla creazione del boom economico del secondo dopoguerra. La polverizzazione dell’Iri trascina infatti dietro di sé tutti i corpi tecnici dello Stato, dai ministeri dei Lavori pubblici e dei Trasporti per passare alle Province e alle strutture comunali. È dunque evidente che per ricostruire la funzione pubblica dell’Italia del futuro c’è bisogno di risorse umane di elevata qualificazione.

C’è poi il problema di ritrovare le risorse economiche utili alla manutenzione del gigantesco patrimonio infrastrutturale italiano. Risorse tagliate sistematicamente dagli anni 90 anche mediante…

L’articolo di Paolo Berdini prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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