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La terra non smette di tremare e la paura delle devastazioni del terremoto non si allenta, in un pezzo di Italia fragile. Mentre scriviamo arriva la notizia di una scossa di magnitudo 3.9 in Emilia, intanto in Molise, da giorni continuano le scosse (la più forte di magnitudo 5.1 a Montecilfone, Campobasso, lo scorso 16 agosto). Due anni fa fu colpita la valle del Tronto, a cavallo fra Lazio e Marche.

Oggi risalire la collina verso Amatrice e imboccare il corso principale della città è come entrare in un paese raso al suolo dalle bombe. Il centro è stato completamente distrutto dal terremoto del 24 agosto 2016, che ha causato quasi 300 morti e decine di migliaia di sfollati: gli edifici storici sono ormai ridotti a massi catalogati all’interno della zona rossa, fra pareti franate, muri accartocciati e i tanti resti di una vita quotidiana strappata all’improvviso dal suo anonimo ripetersi; materassi, pentole, scarpe da donna, libri ammucchiati in un imprevisto disordine, una precarietà immobile che conserva, suo malgrado, i ricordi di chi qui ci abitava.

Oggi si fanno i conti con il «difficile passaggio dall’emergenza alla gestione ordinaria», come dice Filippo Palombini, che in Comune ha preso il posto di Sergio Pirozzi, il “sindaco immagine” del post sisma, che nel frattempo è diventato consigliere in Regione e presidente della Commissione terremoto del Lazio, attirandosi le ire dei suoi concittadini, che prima lo osannavano e ora lo accusano di aver utilizzato il dramma per far carriera politica. L’Unione europea ha stanziato circa 1 miliardo e 200mila euro dal fondo di solidarietà, ma il bilancio, a due anni di distanza, racconta di ritardi, inadempienze e una burocrazia che rallenta ogni intervento e nevrotizza istituzioni e cittadini.

«Il problema non sono i fondi – sbotta il sindaco – ma la possibilità di utilizzarli: la Centrale unica di committenza per gli appalti pubblici, gli studi di fattibilità, l’esiguo numero di tecnici rallentano tutto. Ad Amatrice quello che c’è già è stato pagato dai privati». Ora, garantisce il sindaco, è partita l’approvazione dei primi “aggregati volontari”, blocchi di edifici che, con l’accordo di tutti i proprietari e il via libera del Comune, possono essere sottoposti a un unico intervento di ricostruzione. Una parola che suona ancora come un miraggio: dal centro è stata rimossa appena la metà delle macerie e, in molte delle 69 frazioni, il paesaggio è ancora la desolante fotografia dei giorni successivi al terremoto.

Su circa 2.500 residenti, 1.600 hanno perso la prima casa, ma il 90 percento degli immobili è comunque inagibile; chi ha potuto se ne è andato, altri (circa 550) sono stati sistemati nelle Sae, le soluzioni abitative di emergenza; soltanto in pochi sono riusciti a organizzarsi autonomamente, mentre un centinaio di sfollati vive ancora negli…

Il reportage di Federica Tourn, con le foto di  Stefano Stranges, prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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