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Vengo da un’isola chiamata Sicilia. Sono figlio di immigrati, di una famiglia siciliana che si trasferì a Roma negli anni Cinquanta, poco prima della mia nascita. La mia Sicilia, come ha scritto Elio Vittorini alla fine di Conversazione in Sicilia, è solo per avventura Sicilia: solo perché questo nome mi suona meglio del nome Persia o Venezuela o Brasile. Ma è anche come dire, a rovescio, che di qualsiasi luogo io possa scrivere, che sia Persia o Brasile, quel luogo per me sarà sempre Sicilia. Perché questo nome non indica soltanto un posto fisico, una terra rintracciabile su qualsiasi mappamondo. Io non sono cresciuto nella mia isola d’origine. Sono cresciuto in una città chiamata Roma, e questa città ha per me un volto preciso, un volume, una consistenza tattile: è fatta di quartieri, di palazzi, di vicoli che conosco bene. La Sicilia, no. La mia Sicilia è un paesaggio interiore. È un effetto acustico, una vibrazione, una sequenza di sillabe… è soprattutto una lingua.

Perché non è importante la città dove hai vissuto; è molto più importante, e decisiva, la lingua nella quale sei stato allevato. Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua. Io sono cresciuto nel dialetto siciliano. Ogni volta che ne sento l’accento, la cadenza, il modo di pronunciare le vocali, tutto questo è per me come una musica familiare da cui riaffiora istantaneamente, e istintivamente, il suono della mia infanzia. Le parole sono davvero delle scatole sonore che contengono molte cose: hanno a che fare con la nostra vita, oltre che con il loro significato. Involontariamente, custodiscono la nostra memoria.

E la lingua dell’infanzia è la più importante di tutte, perché è la lingua nella quale…

L’articolo di Fabio Stassi prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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