Le braccia amputate del viadotto di Genova sono la cifra di un Paese afflitto da mancanza cronica di senso di responsabilità da parte di politici, imprenditori e amministratori. Va recuperata la cultura della funzione sociale di ogni professione. Anche di quelle scientifiche

I monconi di quello che rimane del ponte Morandi sono braccia che si tendono sul nulla; la creatura che sostenevano è precipitata trascinando con sé 43 vite, ma, in verità, e ammesso che questo bilancio sia possibile, in quella voragine è collassato un sistema e forse si è evidenziata la storia recente ed infelice di un Paese smarrito. Partiamo da qui, dal significato racchiuso in quelle immagini strazianti che hanno fatto il giro del mondo, perché da sempre i ponti sono rappresentazione e metafora della capacità umana di piegare le asperità della natura, di collegare città e popoli, di alludere ad un “oltre” dinamico e sconosciuto.

Molte città e molte civiltà sono ricordate attraverso questi emblematici dispositivi che colpiscono l’immaginazione e caratterizzano il paesaggio (e forse secondi solo alle cupole nell’antichità ed oggi ai grattacieli): gli etruschi, per rimanere nei nostri territori, hanno insegnato ai romani l’uso dell’arco e poi la realizzazione dei ponti, così da generare la figura del pontifex (costruttore di ponti), da subito associata alle prerogative regali (da Numa Pompilio in poi) e poi esitata nell’ambito del collegio di sacerdoti con compiti di governo del culto (pontifex maximum). Essi affascinano perché sono sintesi di capacità tecnica e di forma estetica, sono architetture a tutto titolo metafora del cammino umano nel mondo.

Come dimenticare il ponte romano di Gard (basta guardare le banconote da 5 euro) realizzato, nella regione occitana francese, su tre ordini di arcate (e su un’altezza di 49 metri), con funzioni sia di acquedotto che stradale; ma S. Francisco è il Golden gate; New York si ricorda anche attraverso il ponte di Brooklyn, Firenze con il suo ponte Vecchio, Sydney attraverso l’Harbour bridge (quasi più identitario per gli abitanti della splendida Opera house); ma non si può andare ad Esfahan in Iran senza rimanere incantati dal ponte safavide Si-o-se Pol (detto anche ponte Allahverdi-Khan) di 33 arcate, luogo magico, forse ancora più intrigante di sera quando, perfettamente illuminato, diviene luogo propizio per gli scambi fugaci di sguardi tra i giovani di entrambi i sessi. A questi oggi si aggiungono gli affascinanti ponti ad arpa o a ventaglio (tra i primi il ponte Øresund tra Danimarca e Svezia, tra i secondi il Beipanjiang Duge bridge a Liupanshuiin, Cina).

Cosa rappresentava per noi il ponte Morandi? E quale ferita dovremo rimarginare e quali azioni intraprendere, fermo restando il dolore irredimibile per le vite spezzate alle quali tutti ci sentiamo vicini perché quasi tutti abbiamo percorso quelle campate più volte nella nostra vita. Innanzitutto, e forse controcorrente, non credo che…

L’articolo di Ugo Tonietti prosegue su Left in edicola dal 24 agosto 2018


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