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Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, incontra il primo ministro ungherese, Viktor Mihály Orban, martedì 28 agosto a Milano. È il vertice dei due leader sovranisti più importanti d’Europa, il vice premier del secondo Paese manifatturiero della Ue e il capofila del gruppo di Visegrad, uno lascia che i profughi anneghino nel Mediterraneo, l’altro li affama. Da un lato l’artefice della linea dura contro i profughi a bordo della nave Diciotti, dall’altro il capo di un governo a cui la corte europea dei diritti umani ha appena intimato di riprendere la distribuzione di cibo alle persone la cui domanda di asilo è stata respinta.

Le autorità ungheresi, infatti, stanno adottando questa linea per spingere i richiedenti asilo a lasciar perdere la loro domanda. Lo ha denunciato un’organizzazione per i diritti umani, il Comitato Helsinki Ungherese (Hhc). L’agghiacciante forma di pressione è riservata a chi ha presentato appello dopo che la richiesta di asilo è stata respinta. I migranti in attesa di appello sono rinchiusi in un centro di transito in Ungheria, al confine con la Serbia. Mentre è in corso la procedura d’appello, i migranti non possono entrare in Ungheria ma sono liberi di andarsene in Serbia, spiega l’Hhc, citando richiedenti asilo e i loro avvocati: «Si tratta di un trattamento inumano e di una situazione legale assurda». «Sembra che questo sia un altro piano disumano del governo per dissuadere la gente dal chiedere asilo in Ungheria, costringerli a rinunciare alle loro richieste e tornare in Serbia per procurarsi del cibo», ha spiegato in un’intervista ai media, Lydia Gall, ricercatrice Hrw, Human Rights Watch, per l’Europa dell’Est e i Balcani.

Per la ong ungherese, affamare queste persone è l’ultimo passo del premier ungherese, l’ultranazionalista Viktor Orbán, nella sua battaglia per impedire che i migranti calpestino il suolo del paese. «Siamo indignati dalla tattica di usare la privazione di cibo per scoraggiare i rifugiati in situazioni vulnerabili. E’ totalmente disumano», afferma Anna Simai, direttrice della comunicazione della Hhc. «Completamente scandaloso e assurdo dover ricorrere ai tribunali per ottenere una fetta di pane», aggiunge Lydia Gall.

Il 10 agosto scorso è arrivata alla Cedu la delegazione dei legali di Hhc per chiedere misure urgenti a Strasburgo per nutrire le due famiglie. Hanno anche documentato il caso di due fratelli siriani che lasciati due giorni senza mangiare. In totale, sono stati rilevati otto casi. In risposta agli appelli per le misure provvisorie, la corte ha immediatamente e provvisoriamente ordinato alle autorità ungheresi di ridistribuire il cibo a queste persone. L’inumanità delle autorità ungheresi si rivela nei dettagli: Ahmed, secondo il racconto di un quotidiano spagnolo, ha lasciato l’Afghanistan quando era un bambino, dopo che suo padre e suo fratello furono uccisi. Ha incontrato Nadia, sua moglie, in Iran, da dove sono dovuti fuggire quando hanno cercato di reclutarlo per combattere in Siria. Hanno trascorso venti mesi in Serbia in attesa di attraversare il confine con l’Ungheria. La famiglia di cinque membri – tra cui un bambino di tre mesi – è riuscita a farlo il 10 luglio. Lo stesso giorno, hanno presentato una domanda di asilo che le autorità ungheresi hanno respinto un mese dopo. Sono stati agli arresti in un centro al confine di Röszke per essere espulsi in Serbia. A Nadia e ai suoi figli è stato dato del cibo. Ad Ahmed, no. Né hanno permesso alla famiglia di condividere le razioni con il padre. Nadia e Ahmed sono nomi fittizi, ma il loro caso è reale. Lunedì scorso, il 20 agosto, è stato impedito l’ingresso a un sacerdote che cercava di consegnare pacchi di generi alimentari nelle cosiddette “zone di transito”, gli unici luoghi in cui, secondo le nuove leggi promosse da Orbán, i rifugiati possono presentare le loro petizioni, dove devono attendere la fine del procedimento, anche se fanno appello, luoghi che, secondo le ONG, sono che centri di detenzione. Hrw comunica che ci sono almeno 120 richiedenti asilo nelle aree di Rözske e Tompa, al confine con la Serbia, in attesa di una decisione e a rischio di taglio dei viveri.

Dal primo luglio, infatti, è stato varato il cosiddetto pacchetto “Stop Soros”. Secondo la nuova legislazione, le autorità considerano “inammissibili” le richieste di asilo di chiunque sia entrato in Ungheria da un paese considerato sicuro dalla legislazione nazionale, inclusa la Serbia, anche se l’Unhcr ha raccomandato di non rimpallare i richiedenti col paese confinante. La nuova legge permette la deportazione anche di chi fa appello alla decisione, denunciano le organizzazioni specializzate: «E’ una situazione legale assolutamente assurda», afferma Simai.

L'”ufficio per l’asilo” dell’Ungheria afferma che non c’è nulla nella legislazione ungherese che obbliga a fornire cibo alle persone che si trovino nella “procedura di sorveglianza degli stranieri” nelle zone di transito. Ma per Hrw, «l’argomento è falso. Le autorità ungheresi hanno l’obbligo di fornire servizi alimentari e sanitari adeguati a tutte le persone in loro custodia», i trattati sui diritti umani proibiscono “trattamenti inumani e degradanti” di persone sotto custodia della polizia e chiedono che vengano “trattati con dignità”, inclusi la fornitura di cibo, acqua, igiene e cure mediche. L’ennesima denuncia sul trattamento dei rifugiati da parte delle autorità ungheresi arriva in un momento in cui si impongono sempre più ostacoli alle organizzazioni che difendono i diritti dei migranti in Ungheria. Come spiegato dal Comitato ungherese Helsinki, solo gli avvocati con un’autorizzazione speciale possono entrare nelle zone di transito, ma una volta lì devono recarsi in un container designato per poter interrogare i richiedenti. Le stesse leggi approvate con il nome di “Stop Soros”, in riferimento al magnate americano di origine ungherese George Soros, puniscono con un anno di carcere la fornitura di servizi e consulenza a migranti e richiedenti asilo.

A metà settembre ci sarà la riunione dei ministri dell’Interno europei, e lì si vedrà. «Ci sarà parecchio di cui parlare – dice lo stesso ministro degli Interni a proposito dell’incontro con il premier ungherese – si dice che in base ai trattati, alle convenzioni, a Ginevra, noi non possiamo riportare gli immigrati indietro. Bene. Ma trattati e convenzioni si possono modificare». Stessa retorica xenofoba, simili misure anti-immigrazione e uguale rifiuto di accogliere i rifugiati nell’Unione europea: sta nascendo un polo sovranista e xenofobo di partiti al governo.

Intanto è scissione nel partito ungherese di estrema destra Jobbik: c’è infatti chi voleva andare ancora più a destra, mal digerendo il recente ammorbidimento della linea. E così nasce il movimento “Patria nostra”. Jobbik, che aveva conquistato il secondo posto dopo il Fidesz di Viktor Orban alle ultime elezioni di aprile, con il 18% e 1,2 milioni di voti, si indebolisce notevolmente con la fuoriuscita della corrente estremista guidata da Laszlo Torockai, sindaco di Asotthalom, un comune al confine sud del Paese. Del gruppo parlamentare di 26 deputati una sola esponente lascia, ma sono numerosi i rappresentanti regionali e comunali che hanno aderito alla novità, che nasce come movimento ma presto diventerà un partito registrato. Torockai ha indicato due obiettivi immediati: i referendum sull’appartenenza dell’Ungheria all’Ue e sulla reintroduzione della pena di morte.

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