Condividi

Salvini ha perso. Bisogna dirlo con chiarezza, anche se la percezione popolare in queste ore sembra un’altra. Aveva promesso che l’Italia non avrebbe fatto sbarcare i 177 della Diciotti, aveva annunciato il rimpatrio immediato in Libia, aveva dichiarato guerra alle più alte cariche dello Stato, sbeffeggiando Fico e preavvisando Mattarella. Tutte chiacchiere e distintivo. Oggi si trova con una indagine a carico molto pesante e con il rilascio degli ostaggi, sequestrati con grande sconcerto dell’opinione pubblica internazionale per una settimana a Catania. I migranti li ha presi in consegna la Cei, ma saranno collocati sul suolo italiano, saranno curati da medici italiani, dormiranno, mangeranno, pregheranno nelle città italiane. Eppure grida vittoria, apre lo scontro forse definitivo con l’Europa, sfida la magistratura, ospita nella prefettura di Milano l’autocrate ungherese Orban. Non c’è dubbio che l’attuale ministro degli Interni sia un abile giocatore di poker, che con appena una coppia di assi tra le mani è abituato ad alzare sempre la posta per nascondere il bluff. Salvini sapeva che dalla nave Diciotti sarebbero dovuti scendere, anche perché la Guardia Costiera non poteva essere trattata, oltre un certo limite temporale, alla stregua di una qualsiasi “terribile” Ong. Persino la polemica preventiva con la Francia e la Germania si è rivelata subito prevedibile e scontata perché già ampiamente consumata negli ultimi due mesi con risultati abbastanza deludenti, compresa la capitolazione sul trattato di Dublino del premier Conte, l’avvocato del popolo di cui il popolo non ha ancora trovato le tracce. Insomma, Salvini aveva studiato tutte le mosse per scatenare la tempesta perfetta. Far girare a mille la macchina di propaganda, pur sapendo che la soluzione alla fine si sarebbe trovata in Italia. Ha tirato al massimo il rapporto con i Cinque Stelle, pesando la lealtà di Di Maio – in evidente debito di ossigeno – e facendo finalmente uscire allo scoperto il dissenso all’interno dell’azionista di maggioranza parlamentare dell’esecutivo. Da oggi il rapporto tra Lega e grillini sembra completamente riequilibrato a favore dei primi, come se le elezioni non ci fossero state. Non si è mai visto che il secondo partito della coalizione che governa il Paese abbia un tale potere di interdizione e di ricatto, dettando tempi e modi dell’agenda parlamentare. Questo sarà ancora più evidente quando a settembre – prima della legge di stabilità – arriveranno due mine sul cammino della maggioranza e che avranno entrambi il timbro del Carroccio nazionale. La richiesta al Senato di autorizzazione a procedere per Salvini dopo l’apertura dell’indagine per sequestro di persona, arresto illegale e abuso di ufficio e il decreto sicurezza, più volte annunciato, ma i cui contorni sono ancora nebulosi. L’inquilino del Viminale sembra non volere alcuno scudo anche per alzare la temperatura nei confronti del potere giudiziario, spettacolarizzando un duello annunciato dopo la sentenza sui 49 milioni di euro scomparsi del finanziamento pubblico. Sarà comunque difficile per i grillini affrontare una sfida all’ok corral con la procura di Agrigento con la destra che andrà sicuramente in soccorso. D’altra parte Meloni e Berlusconi non aspettano altro per rientrare in partita. Lo stesso accadrà sul decreto sicurezza, dove ai grillini verrà riconosciuta una sovranità limitata su norme che riducono il diritto di asilo, allargano a dismisura i centri di detenzione negli spazi e nei tempi, cancellano qualsiasi traccia di politica di accoglienza e integrazione, riducono il peso degli Sprar, trasformano le politiche migratorie in una questione di mero ordine pubblico inaugurando vere e proprie ronde di Stato. Cosa che non è accaduta per il decreto dignità dove invece la Lega ha inciso tantissimo nell’attutire le norme sul precariato e nella reintroduzione dei voucher. Anche lì la destra proverà a giocare una partita, mandando ulteriormente in difficoltà il blocco dei Cinque Stelle, provando a scatenare il dissenso interno guidato dal presidente Fico. Sarà davvero dunque un autunno caldissimo, ma non avrà il timbro dello “statista” di Pomigliano d’Arco. Infine, c’è la dimensione delle alleanze internazionali, dove Salvini sta giocando la partita più importante in termini strategici. La strada è abbastanza chiara: se Putin e Trump definiscono l’Ue come il nemico numero uno, lui prova ad applicare quella linea chiamando a raccolta tutte le forze, a partire dai Paesi aderenti al patto di Visegrad, interessate a far saltare il banco. Anche qui i grillini entrano in crisi: non hanno una dimensione europea di appartenenza (non possono andare con i liberali di Macron, con i socialisti, verdi e sinistra radicale meno che mai, i popolari sono nei fatti la Merkel e l’Ukip non sarà più presente in Parlamento dopo la Brexit ), nel rapporto preferenziale con Orban e Le Pen stanno stretti e la minaccia di ritirare il contributo italiano al bilancio Ue rientrerà nel novero delle sparate estive della politica politicante italiana. Finiranno inevitabilmente sotto pressione: si erano presentati alle cancellerie europee come i garanti di Salvini, quelli che ne avrebbero moderato le spinte eversive. Invece oggi si trovano costretti a inseguirlo, rischiando di perdere quote ingenti di elettorato affascinate dal vitalismo antiestablishment del leader leghista così lontano dalle grisaglie ministeriali e le mediazioni parlamentari. Il disegno è abbastanza chiaro: mentre Di Maio ha solo un Piano A – far durare questo governo -, Salvini ha moltissimi margini di manovra, su più tavoli e con alleanze variabili. Eppure, nonostante questa forza oggettiva, ha perso la mano sulla Diciotti. Gioca a fare il martire, aumenta il potere di ricatto, ironizza sui social media chiamando a raccolta i fan, eppure non l’ha spuntata. Perché? Ci sono tre cose che Salvini non potrà mai avere e che sono quelle che oggi garantiscono al nostro Paese ancora un equilibrio istituzionale e politico, per quanto fragilissimo. Innanzitutto, la nostra democrazia resta ancorata a una cultura costituzionale dei contrappesi. Un ministro non è legibus solutus, non può fare tutto quello che vuole. La magistratura è autonoma e indipendente, il potere legislativo delle camere può limitare l’invadenza del potere esecutivo, il presidente della Repubblica non sarà mai un passacarte. In secondo luogo, la presenza di un radicamento del cattolicesimo sociale diffuso pesa ancora: mi ha colpito la presenza di tanti giovani scout al presidio di sabato scorso al porto di Catania a poche ore dallo sbarco. Persino i vescovi siciliani hanno minacciato iniziative clamorose come lo sciopero della fame per sbloccare l’impasse. Immaginare che la disumanità esibita come cifra politica non mobiliti questo pezzo di società è una dimostrazione di dilettantismo e di scarsa conoscenza delle nostre radici. Infine, un senso comune che non ama le esagerazioni spinte oltre un certo limite. Nella storia italiana ci sono stati passaggi drammatici che hanno unito tragedia e farsa, autoritarismo e teatro, carisma e comicità. Non è mai andata a finire bene. Salvini può mettere sotto stress il popolo italiano quanto vuole, ma a un certo punto il principio di realtà sulle favole populiste prenderà il sopravvento. E la ricerca del nemico permanente si scontrerà con una condotta cialtrona che ha già mandato in soffitta promesse mirabolanti. Se annunci urbi et orbi che abolisci la Fornero nel primo Consiglio dei Ministri e poi non lo fai nemmeno al decimo, qualcuno in tempi brevi verrà a ricordartelo. Per questo Salvini ha perso oggi e può perdere domani. Perché lo scarto tra gli annunci e i fatti concreti comincia ad essere già troppo ampio dopo due mesi di governo. Il punto è quando. Oggi ci appare inevitabile prediligere la fase della resistenza a quella del progetto. Ma questa gerarchia appartiene più alla sfera dei sentimenti che a quella della politica. Perché i bluff possono persino durare anni se non si costruisce rapidamente un’alternativa. La democrazia italiana ha retto questo turning point della Diciotti perché i tentativi di smontarne le fondamenta, anche per vie referendarie, non sono passati. Tuttavia, non basta. Perché il nucleo di verità presente anche nel messaggio dei populisti si è radicato nella testa delle persone e va guardato con attenzione, senza snobismi e semplificazioni. La crisi dell’europeismo democratico non scende dal cielo per colpa della destra. Diventa maggioranza nella parte più debole della società perché il lavoro in questi anni ha contato troppo poco e perché lo Stato sociale si è ritirato. Ed è accaduto anche sotto governi di ispirazione progressista. Le prossime settimane moltiplicheranno le occasioni di dibattito a sinistra (feste, kermesse, assemblee, costituenti, congressi) ed è un bene. Andranno sciolte finalmente alcune questioni senza tabù e pregiudizi: ricostruzione dello Stato, protezione del lavoro, investimenti pubblici. Una piattaforma di politica economica, non un elenco della spesa. Se questa alternativa decide di presentarsi invece come una sterile rivendicazione del recente passato non si va lontano. Si va solo a sbattere.

Commenti

commenti

Condividi