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«Mi hanno tenuta prigioniera per due mesi. Non li perdonerò mai. Hanno distrutto la mia vita». Khadija ha accettato di parlare in tv, senza mostrare il suo volto. Ha invece mostrato i segni che resteranno per sempre, quelli degli abusi e le torture subite per mano di una gang. Lei, marocchina di Olan Ayad, nel distretto di Beni Mellal, appena 17 anni, contro un gruppo di 15 uomini, tra i 18 e i 27 anni. Lei contro una brutalità agghiacciante che ha sconvolto l’intero Paese nordafricano. Perché è devastante dare un volto alla riduzione di una donna al suo corpo, violato come non fosse umano.
Per due mesi l’hanno violentata, picchiata, le hanno spento sigarette addosso, l’hanno privata del cibo, le hanno riempito il corpo di tatuaggi – “disegni”, una svastica, dei nomi – a marchiarla come proprietà altrui. La sua storia ha sconvolto il Marocco: dopo la sua liberazione ha raccontato, ha denunciato. E mentre i marocchini scendevano in piazza, in decine di migliaia firmavano petizioni e si mobilitavano per chiedere giustizia, gli investigatori individuavano almeno 12 dei responsabili – fa sapere Ibrahim Hashane, uno degli avvocati volontari che stanno seguendo il caso pro bono – e li accusavano di rapimento, abusi e stupro.
«Khadija è ancora sotto choc anche se prova a essere forte – ha detto Loubna El Joud, dell’associazione per i diritti delle donne Nsat, che le sta offrendo sostegno medico e psicologico -. Quando parla le sue mani tremano». E se l’opinione pubblica marocchina ha già deciso da che parte stare, non manca chi insinua accuse, chi tenta di spostare la colpa sulla vittima. Conduceva una vita dissoluta, dicono i parenti degli accusati, parole che stavolta cadono nel nulla. Ma non sempre accade: nella società marocchina la violenza sessuale…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola dal 7 settembre 2018


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