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L’internazionale nera che verrà: Matteo Salvini ha aderito a The Movement la fondazione dell’ex chief strategist di Donald Trump, Steve Bannon. «È dei nostri!», ha esclamato su twitter Mischael Modrikamen, avvocato editore e leader del Parti Populaire belga, che ha postato una foto al termine dell’incontro avuto a Roma con Bannon e Salvini, scrivendo: «Meeting ce matin avec Steve Bannon et Matteo Salvini. The Movement: il est des notres!». Il giorno appresso, il New York Times titolerà: «Vittoria per Steve Bannon» nel raccontare come Matteo Salvini, definito «la figura più potente nel nuovo governo populista italiano», sia sia unito al progetto di conquistare l’intera Europa. «Per Bannon – si legge ancora – è il primo grande acquisto in grado di legittimare il suo progetto e di attirare altri leader euroscettici e populisti». Proprio oggi, 10 settembre, un importante quotidiano romano, Il Messaggero, fa parlare proprio l’ex stratega di Trump: «Salvini è un leader globale, oggi l’Italia è il centro politico perché è un laboratorio». «La nostra – dice a propostito del Movement – è una libera associazione, un club. Spingeremo per formare un gruppo unico populista al Parlamento europeo. Ma conta di più che i leader populisti, indipendentemente dai partiti, si incontrino prima dei Vertici europei per prendere posizioni comuni». I populisti-sovranisti sono già al potere anche in Finlandia, Danimarca, Austria, nei 4 di Visegrad. Il progetto di Bannon è «portare tutti i populisti sotto lo stesso tetto: dall’Europa agli Stati Uniti al Sud America, Israele, India, Pakistan, Giappone, per rappresentare la gente comune ovunque sia guardata dall’alto in basso e abbandonata dalle élites. Il primo obiettivo, la pietra miliare, è acquisire una leva alle Europee».

«In Italia – ripete Bannon – due partiti guidati da due giovani con grandi idee, Salvini e Di Maio, usano le tecnologie moderne in modo dinamico e hanno rottamato i vecchi politici di nord, sud, destra e sinistra, avendo tutti contro. Nessuno sa dove va questo esperimento, però mi impressiona il coraggio politico. Per stare insieme hanno rinunciato alle proposte più glamour». E profetizza: è «un momento della Storia di cui si parlerà per cent’anni». E Salvini, parlando da Cernobbio, ha rilanciato quella “Lega delle Leghe” battezzata dal palco del tradizionale raduno di Pontida lo scorso luglio. Sempre a margine del forum Ambrosetti, anche il leader del Partito per la Libertà olandese, Geert Wilders ha confermato l’apertura del cantiere: «È troppo presto per dirlo ma spero che molti partiti si uniscano – ha detto in una pausa dei lavori del workshop – stiamo lavorando insieme nel gruppo al Parlamento europeo: il mio partito, la Lega, il Partito della Libertà austriaco e il Raggruppamento nazionale francese. Sarebbe positivo se più partiti condividessero le forze alle prossime elezioni».
Due giorni prima di Salvini, Bannon aveva incontrato anche Giorgia Meloni, leader indiscussa di Fratelli d’Italia. Una notizia riportata solo da Libero e subito ripresa da Fascinazione, sito di riferimento per le “fascisterie”.

«Non era la prima volta che i due si incontravano. E infatti anche in quest’occasione il vertice si è svolto in un clima molto cordiale. Un colloquio durato più di un’ora nel corso del quale i due hanno parlato non solo di politica internazionale, ma anche dei problemi riguardanti l’Italia. Prima di concentrare la loro attenzione sulle elezioni europee del prossimo maggio che potrebbero rappresentare un vero e proprio punto di svolta per il futuro di Bruxelles». Nelle stesse ore la stessa Meloni liquidava l’appello del presidente della Liguria, Toti, per una lista comune alle europee tra forzisti e postfascisti di Fdi. «Non c’è alcuna possibilità di una fusione tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Su troppi temi, dalla sovranità nazionale al rapporto con l’Europa, le nostre posizioni sono spesso non convergenti, e l’esperienza di una fusione a freddo tra partiti diversi è fallita anni fa e non avrebbe senso riproporla», ha detto Giorgia Meloni, interpellata dall’Ansa.
«Noi – spiega la presidente di Fdi – per rifondare il centrodestra, lavoriamo a una crescita di Fratelli d’Italia, anche aprendolo a nuove sensibilità, per renderlo un partito sempre più forte, che insieme alla Lega porti il nuovo centrodestra a vincere e governare senza bisogno dei Cinquestelle o del Pd».
E prima di questo benservito, Meloni s’era esibita in un tremendo «Bene l’annuncio di Salvini di voler abolire la sedicente protezione umanitaria» a ricordare che comunque non ha nulla da invidiare al senso del vicepremier per la dignità della vita e della dignità delle persone.

Non possiamo sapere se l’Internazionale sovranista e xenofoba – una sorta di ossimoro politico – sia una possibilità reale ma non c’è dubbio che la ripresa di fine estate registra una sovraesposizione di questa opzione con il vertice di Salvini con Orban e con la calata di Bannon in occasione della Mostra del cinema di Venezia. Se entrambi gli statisti italiani sono attratti nell’orbita di Bannon, allo stesso tenpo sono competitor nel medesimo spazio elettorale. Inoltre, il partito di Orban, Fidesz, fa parte del Ppe, e i Popolari non sono un gruppo politico di estrema destra, ma di centrodestra, con un accento sul centro. Sarebbe molto problematico per Orban mettere in piedi un movimento di estrema destra e nel contempo far parte del Ppe dove, tuttavia, esiste una tensione con settori di destra-destra, come la Csu bavarese, che scalpitano per un’egemonia e il polo di Bannon potrebbe ritrovarsi contenuto lì dentro.

Dunque Bannon, ex banchiere, poi giornalista, politico, regista e produttore, fiero promotore del populismo, era al Lido dove, fuori concorso, si presentava American Dharma di Errol Morris, suo ex compagno di università. «Senza cambiamenti profondi nella società ci sarà una rivoluzione che spazzerà via tutto… e non sarebbe un male un pò di pulizia». È il punto su cui torna più volte l’ex capo stratega di Trump. La giornata si è colorata anche di un giallo intorno alla sua presenza al Lido, dove sarebbe arrivato per suo conto per assistere alla proiezione. C’è chi giuria di averlo visto entrare in Sala Grande, ma il dubbio rimane perché alla fine della proiezione, quando in sala si sono riaccese le luci, di lui non c’era traccia. «Quando ho incontrato Bannon mi ha chiesto perché volessi fare un film su di lui e gli ho risposto che era perché non capivo nè lui nè quello che stava facendo. Pensavo che farci un film sarebbe stata la migliore maniera per comprenderlo», raccontava intanto il regista. Anni in Marina, master all’Harvard Business School, conoscitore di Hollywood, nel documentario Bannon si mostra acuto, abile conversatore, pronto all’ascolto ma con idee ferme come macigni. «Essere populista per me vuol dire restituire il governo al popolo che ora non decide nulla, sono le elite a farlo, lo so perché le ho frequentate – spiega- dovendo scegliere se farmi governare da 100 persone con il cappellino rosso in testa prese a un comizio di Trump o 100 che vanno al Forum mondiale economico di Davos, sceglierei le prime, so che farebbero un lavoro migliore». Quella di Trump «non è l’America profonda, nascosta, ma l’America che hai davanti ai tuoi occhi». Morris, tra filmati e domande, ripercorre la parabola ascendente e discendente dell’uomo, dai fasti di Breitbart, all’entrata nella campagna elettorale di Trump, al quale, colpo su colpo (di cui molti bassi) riesce a far recuperare i 16 punti di distacco da Hillary Clinton, fino alla vittoria.

«L’80/90% delle persone sputa per terra quando entro in una stanza ma indicandomi dicono “è quello che ha portato Trump alla presidenza”», aggiunge lui. Considerato un simpatizzante delle frange più estreme dell’ultradestra, le definisce invece «senza alcuna importanza nell’alt-right, sono i cattivi e non contano nulla». Nonostante sia stato licenziato da Trump dopo i fatti di Charlottesville (dove un militante neonazista ha travolto con l’auto alcuni manifestanti, uccidendone una), dice, paragonando Trump a Enrico V e se stesso a Falstaff, attraverso le immagini del film di Orson Welles, di non sentirsi tradito dal presidente, che starebbe semplicemente seguendo «il suo destino». Ora la missione che si è posta Bannon, oltre a riformare il Partito repubblicano, è unire i populisti d’Europa. E i toni sembrano famigliari quando gli sentiamo dire in un filmato: «vi chiameranno razzisti e xenofobi, considerate quei termini come medaglie».
Il Movimento sarà il suo veicolo per sostenere i partiti popolari nazionali magari in un “supergruppo” euroscettico. «Un cavallo di Troia per disintegrare l’Unione: questa è la fantasia di Bannon», hanno scritto Pablo De Llano e Bernardo De Miguel su El Pais. «Quello che sta arrivando è il populismo di destra. Questo governerà», ha detto a The Daily Beast lo stesso 64enne che immagina un ritorno all’Europa divisa degli Stati nazionali «con le loro identità e i loro confini».

I suoi critici screditano i suoi piani. Kurt Bardella, un ex stretto collaboratore di Bannon, convertitosi al Partito democratico, ritiene che la missione in Europa dell’ex consigliere di corte di Trump sia solo un modo per alimentare il suo personaggio: «Di per sé non è nulla. Non è un leader. È un organismo che ha bisogno di un altro per vivere, come un parassita». Secondo l’esperto olandese sull’estremismo, Cas Mudde, «è così ridicolo quello che proclama così come i media che lo ripetono in modo acritico». Nulla avrebbe di un “Rasputin” ma solo la capacità di «vendersi come operatore politico di successo agli investitori e ai giornalisti».
Prima dell’adesione di Salvini, ministro di polizia e vicepremier italiano, Bannon aveva raccolto l’adesione solo di due partitini marginali, lo spagnolo Vox, e i popolari belgi (di estrema destra). La simpatia di Marine Le Pen non impedisce a quel partito di escludere qualsiasi livello “sovranazionale”. Né i neonazi tedeschi di Afd avrebbero voglia di collaborare al suo disegno. Gli va meglio in Gran Bretagna dove però i suoi amici, l’eurofobico Farage (quello che ha costituito il gruppo a Bruxelles assieme ai grillini) e Boris Johnson, ex premier del Tory che aspira a succedere a Theresa May, non prenderanno parte alle elezioni causa Brexit. A Londra c’è anche il suo partner Raheem Kassam, 32 anni, un dandy anti-islamico di origine musulmana.

Il modello di successo in Europa, per Bannon, è il governo giallonero italiano: «L’Italia è il cuore pulsante della politica moderna», ha detto a The Daily beast prima della sua gita in Italia. I liberali di Bruxelles lo prendono sul serio: «Bannon ha il piano e il denaro per influenzare le prossime elezioni europee. Vuole unire gli Orbans, i Pens, i Wilder e altri estremisti con lo scopo di mettere fine ai valori europei», accusano i Liberali, quarto gruppo parlamentare con 68 dei 751 seggi. Yascha Mounk, autrice di The People Against Democracy (che sarà pubblicata a giorni), avverte che i partiti populisti europei hanno dimostrato negli ultimi anni «di poter imparare gli uni dagli altri ad un livello sorprendente». Se Bannon appare solo con piani incerti, nelle capitali europee si diffonde l’irrequietezza non tanto per la forza del propagandista quanto per la fragilità dell’Ue, che secondo le fonti diplomatiche è in uno dei momenti più delicati della sua storia. Sarebbe un’ironia oscura che la partecipazione alle elezioni sia aumentata per la prima volta grazie a Bannon e che sia servito solo a provare a demolire l’Ue.

E, se Venezia lo ha accolto senza battere ciglio, Steve Bannon non sarà al New Yorker Festival, in calendario dal 5 al 7 ottobre prossimi. Il magazine che ne cancellato la partecipazione dopo le violente critiche e la decisione di molti altri partecipanti all’incontro di rinunciare in protesta contro la presenza di Bannon. Quando il New Yorker ha annunciato il programma con la presenza di Bannon in soli 30 minuti hanno annunciato la loro rinuncia a essere parte degli incontri una serie di vip, fra i quali John Mulaney, Judd Apatow, Jack Antonoff e Jim Carrey. «Se Steve Bannon è al festival del New Yorker io ne sono fuori. Non sarò parte di un evento che normalizza l’odio», ha twittato Judd Apatow. Un effetto domino che ha spinto il direttore del New Yorker, David Remnick, a cancellare l’invito per Bannon. Immediata la reazione dell’ex stratega della Casa Bianca: «Il motivo per cui avevo accettato era semplice: mi sarei trovato di fronte uno dei giornalisti più coraggiosi della sua generazione – ha detto Bannon – in quello che avrei definito un momento decisivo, David Remnick ha mostrato di essere un debole quando è stato confrontato dalle urla della folla online».

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