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«Sulla mia pelle aveva invaso il web. Una valanga di eventi organizzati in tutta Italia per la proiezione. La cosa mi ha fatto un enorme piacere e mi ha scaldato il cuore vedere ancora una volta quanto interesse e quanto calore ci sia intorno a Stefano e a questo bellissimo film su di lui. Devo pertanto confessare tutto il mio dispiacere e la mia amarezza per il fatto che tutto questo sia stato cancellato in un batter d’occhio da Facebook. Scomparso». Lo denuncia Ilaria Cucchi sullo stesso Facebook, parlando del film di Alessio Cremonini che alla Mostra di Venezia ha aperto la sezione Orizzonti. «Noi non abbiamo voce in capitolo, possiamo forse comprenderne le ragioni ma mi dispiace e non poco». Secondo Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, e il sito Milano in Movimento, Fb ha cancellato gli eventi che annunciano la proiezione gratuita del film a causa del copyright. Il film, presentato in anteprima a Venezia, uscirà, infatti, al cinema e su Netflix oggi 12 settembre. «Netflix, Facebook e i multisala vogliono impedire la proiezione del film – scrivono gli attivisti – pretendendo di avere l’esclusiva facendo appello al “diritto d’autore” e affermando che il film non può essere visto fuori dal nucleo domestico e di conseguenza in collettività, in un luogo pubblico e gratuitamente». A Milano l’appuntamento per chi pensa che «questo sia un film da vedere in compagnia e in un luogo pubblico per condividere ogni singola emozione» è il 13 settembre alle 21 in piazza Oberdan, organizzato dal collettivo LuMe.
«Quando venne assassinato noi avevamo più o meno l’età di Stefano, ci ritrovavamo in un locale di San Lorenzo a Roma tutte le sere. Seguimmo con apprensione quella tragica vicenda sin dalle prime ore, decidemmo che era doveroso raccontarla – scrive TerraNullius, collettivo di autori attivo dal 2003 – tutti per un momento avevamo pensato: “poteva capitare anche noi, a chiunque, tutti devono sapere”». Nacque così Non mi uccise la morte (Castelvecchi), uno dei primi esperimenti di instant graphic journalism italiani, per la sceneggiatura di Luca Moretti e le matite di Toni Bruno.
Da subito la famiglia di Stefano, Ilaria, Giovanni e Rita, consegnarono ai due autori di TerraNullius tutti i documenti in loro possesso, tutte le cartelle cliniche, gli atti. Ci fu solo un patto che TerraNullius strinse da subito con l’editore: «Quell’opera, quella storia, sarebbe stata pubblicata con licenza creative commons e messa a disposizione gratuitamente in forma digitale sul nostro portale. Non mi uccise la morte in questi anni è stato scaricato gratuitamente in decine di migliaia di copie digitali, nonostante questo l’editore ha ristampato più volte il libro che circola ancora nelle librerie italiane e sugli store online». Dal libro negli anni sono state derivate piece teatrali, canzoni, cortometraggi «quella che candidamente chiamiamo “libera circolazione delle storie” ci è sembrata un atto naturale prima che doveroso», spiega il collettivo.
Da alcuni anni Luca Moretti e Toni Bruno hanno ceduto tutti i diritti del libro ad Acad (Associazione Contro gli Abusi in Divisa), l’associazione nata proprio per fare in modo che le vicende come quella di Stefano non si ripetano più. «Quando abbiamo saputo da Ilaria che Netflix stava preparando un film che raccontava, a distanza di anni, gli ultimi tragici giorni di Stefano, siamo stati contenti che quella storia, grazie alla perseveranza, alla forza e all’abnegazione della famiglia Cucchi, continuava a circolare, a riprodursi, a raccontare, a prevenire, a combattere. In questi giorni apprendiamo che la produzione del film ha bloccato una serie di proiezioni collettive che definisce “illegali” e ha dato mandato a Facebook perché ne oscurasse i relativi eventi a favore di quelli che definisce ufficiali e della programmazione sulla piattaforma Netflix».
A TerraNullius, che pubblica la lista delle iniziative, sono certi: «Tutte quelle persone incontrate in questi anni non si faranno irretire dalle leggi del mercato e che quelle proiezioni “illegali” si faranno, nonostante tutto. Abbiamo pensato ancora una volta che al posto di Stefano potevamo essere noi, e che anche a lui sarebbe piaciuto sapere che la sua storia non si arrende alle regole della “legalità” costituita dalle carte. Una legalità non dissimile da quella che lo ha ucciso».

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