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A Zarzis c’è un sit-in permanente. Pescatori, comuni cittadini, e tanti bambini, ogni giorno di fronte alla municipalità della città costiera, a sud della Tunisia, al confine con la Libia. Sono i figli e le figlie, i parenti e gli amici, ma anche molti semplici conoscenti dei sei pescatori tunisini arrestati in Sicilia il 30 agosto scorso. Al sit-in chiedono a gran voce: «Liberateli». Il capitano dell’imbarcazione sotto sequestro in Sicilia è Chamseddine Bourassine, ora nella casa circondariale “Petrusa” di Agrigento insieme agli uomini del suo equipaggio: Lofti Lahiba, Farhat Tarhouni, Salem Belhiba, Bechir Edhiba, Ammar Zemzi. La figlia di Chamseddine, Malak, 12 anni, dalla Tunisia manda un messaggio: «Liberate i nostri papà, ci mancano. Sono fiera del fatto che salvano delle vite in mare, fateli tornare a casa». L’arresto è stato convalidato con l’accusa di «procurare illegalmente, al fine di trarre profitto», l’ingresso nel territorio italiano di quattordici cittadini tunisini. L’arresto sarebbe stato supportato dai video dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex che per diverse ora avrebbe filmato l’imbarcazione più grande trainare quella più piccola. Ma chi ha guidato l’operazione non sapeva che stava arrestando gli eroi invisibili di Zarzis. Quei pescatori che da anni, nelle uscite di pesca in alto mare, hanno portato in salvo centinaia di esseri umani. Così come ne hanno riportato i corpi ormai spenti, diventati bianchi dai giorni in mare, per dar loro degna sepoltura in terra tunisina.
Chamseddine Bourassine ha 45 anni, è sposato ed ha tre figli. Ha fondato insieme ad altri dodici pescatori, tuttora membri attivi nell’amministrazione, l’associazione “Le pêcheur” dei pescatori per lo sviluppo e l’ambiente di Zarzis. Chamseddine è il presidente locale, ma è anche a capo dell’associazione della pesca nazionale. «L’associazione è nata nel 2013, allora il nostro scopo principale nel fondarla era…

L’articolo di Marta Bellingreri prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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