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«La nascita dell’unità per la sicurezza del patrimonio culturale va nella direzione di quella semplificazione non solo burocratica e amministrativa, ma anche e soprattutto operativa. Tutte le strutture che collaborano alla sicurezza, dalla protezione civile ai vigili del fuoco, alle strutture territoriali, ora sanno a chi rivolgersi per tutte le questioni legate alla sicurezza». Il ministro Bonisoli ha deciso. Diventa operativa l’unità istituita nel 2017, ma mai entrata in funzione.
In precedenza aveva dichiarato: «Siamo un Paese fantastico, con un patrimonio unico, ma ci sono luoghi, strutture, infrastrutture di proprietà statale o di altri dove entra il pubblico che vanno mappati, protetti e messi in sicurezza». Il crollo, alla fine di agosto, del tetto della Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, alle pendici del Campidoglio, ha innescato una serie di reazioni a catena. Il velo alzato, quasi d’incanto. Come se la perdita del cassettonato cinquecentesco della chiesa fosse un caso isolato. Come se il pericolo scampato avesse suggerito l’importanza il tema della sicurezza. Per la prima volta.
I ministri si succedono. Ognuno con le sue idee. Ciascuno con una formazione,che inevitabilmente indirizza le misure e, prima ancora, i settori sui quali porre una attenzione particolare. Ognuno pronto a rivendicare le differenze con il passato. Ma anche ognuno politicamente ostaggio del raggruppamento politico che lo ha scelto. Il problema è che il patrimonio storico-artistico-archeologico è un puzzle, che continua a perdere tessere. Da un ministro all’altro. Da Franceschini a Bonisoli. Da un crollo all’altro – tra una tutela sempre più sfumata e una valorizzazione che si è mutata in merchandising – la storia sostanzialmente non cambia. Responsabilità condivise, anche se non uguali, contribuiscono a dissipare un patrimonio unico, ma non eterno. Ma concorrono anche a…

L’inchiesta di Manlio Lilli prosegue su Left in edicola dal 14 settembre 2018


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