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C’è un’Europa inquietante di cui avvertiamo dall’Italia l’esistenza spesso solo in prossimità delle scadenze elettorali. Ha i colori bruni di certe camicie, traduce la nostalgia per un passato di purezza razziale in un presente di paure e odio diffuso a piene mani e che ha contaminato le classi popolari.
Un’Europa in cui crescono forze politiche che sin dai nomi rimandano alla “nazione” di cui si ergono a unici reali difensori; a volte insinuanti, come Svezia democratica o Alternativa per la Germania, in altri casi utilizzando i colori della bandiera o la croce (una patria un dio). A volte non temono di richiamarsi ad una simbologia nazifascista, celebrando come eroi criminali di guerra degli anni Trenta. Simili forze, spesso, una volta entrate nelle istituzioni, tendono ad acquisire vesti di rispettabilità, lasciando a formazioni minori, estreme, il compito di svolgere il lavoro sporco, di pestare migranti, omosessuali e oppositori politici in cambio di sostegno economico o dell’elezione di esponenti a loro vicini.
Formazioni politiche diverse, che in comune sembrano avere solo l’appartenenza dei Paesi in cui sorgono all’Ue, e che di fatto stanno costruendo una sorta di nuova “internazionale nera”, con mezzi e possibilità forse mai avuti in passato. Se negli anni Sessanta e Settanta si trattava, infatti, di sparute cellule di reduci che contavano sull’appoggio dei regimi in crollo di Spagna, Portogallo e poi Grecia, se allora utilizzavano lo stragismo e l’eversione spesso con il tacito accordo Nato, nell’atmosfera della Guerra fredda, oggi…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 21 settembre 2018


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