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Viviamo immersi nella plastica. La ritroviamo ovunque, la vediamo nei mari, trascinata dalle acque dei fiumi, sparsa perfino sulle cime delle montagne o nelle campagne che ci ostiniamo a considerare incontaminate… Ora ci stiamo accorgendo che la mangiamo e la beviamo. E ci possiamo fare davvero poco, se non cambiano le cose. Difatti quella che arriva dagli alimenti, dalle spezie, dall’acqua e, come testimonia la prima analisi fatta dal Salvagente su 18 bevande industriali, dalle cole alle aranciate, dalle gassose al tè freddo, non possiamo scorgerla a occhio nudo e non siamo in grado di scansarla.
Il pericolo, in questo caso, ha un nome e una definizione scientifica precisa, anche se è solo da poco tempo che ricercatori e analisti se ne occupano, e un grado di rischio ancora in gran parte sconosciuto.
Si chiama microplastica, questa la definizione delle particelle solide insolubili in acqua di dimensioni anche di molto inferiori ai 5 millimetri. Tanto piccola da non essere distinguibile e forse proprio per questo altrettanto, se non più insidiosa dei frammenti più grandi da cui deriva. Che, neppure a dirlo, sono i polimeri di maggior uso, come polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide, polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato.
Da qualche anno chi la cerca, a prescindere da cosa analizza, la trova. Se ne trova nella carne dei pesci che consumiamo e che ne accumulano anche quantità che fanno impressione, nei frutti di mare, nel sale marino, nelle acque (di fiumi, di rubinetto, perfino nelle minerali). Non risparmia neppure prodotti come il miele.
Inevitabile, dunque, che fosse rilevabile anche nei soft drink che il mensile dei consumatori ha mandato nei laboratori del Gruppo Maurizi e che ha presentato oggi in una conferenza stampa assieme al nostro editore, Matteo Fago e al direttore generale del Wwf, Gaetano Benedetto. Semmai stupisce che nessuno dei tè, delle cole, delle gassose, delle aranciate o delle acque toniche sottoposti ad analisi si sia salvato. Da dove viene e che pericolo c’è da aspettarsi da questa invisibile ma costante invasione di frammenti che finiscono nella nostra alimentazione?
Non ci sono risposte facili, né univoche. Se sulla provenienza delle microplastiche, tanto per fare un esempio, un ruolo fondamentale lo hanno avuto e lo hanno i cosmetici che le inseriscono di proposito (magari, ma non solo, per assicurare l’effetto scrub), oggi la catena di questa contaminazione appare molto più lunga e complessa. Come appare sempre più probabile la catena degli effetti, almeno a giudicare dai primi studi, per quanto controversi.
Vista da Bruxelles, per esempio, la questione delle particelle di plastica che ingeriamo o beviamo non fa tanta paura: «Secondo le attuali conoscenze, è improbabile che l’ingestione di microplastiche ‘di per sé’ sia un rischio oggettivo per la salute umana», scrive l’Unione europea.
Vista da Helsinki, dal quartier generale dell’European Chemical Agency (l’Eca), la prospettiva è diversa. «Alcuni degli additivi o contaminanti organici, addizionati alle plastiche, possono essere tossici», mette nero su bianco l’Agenzia in un documento di pochi mesi fa. E non si tratta di una preoccupazione venuta solo agli scienziati finlandesi. Sono diversi gli studi – tutti molto recenti dato che il tema è relativamente nuovo – che mostrano come le microplastiche possano diventare un comodo “autobus” per sostanze tossiche, concentrando e trasportando inquinanti come il bisfenolo, alcuni ftalati, pesticidi e altre molecole ad azione tanto cancerogena quanto di interferenza endocrina.
E non si tratta solo del pericolo delle sostanze aggiunte nella lavorazione della plastica, ma anche di quelle che raccoglie per strada, nella sua lunga vita. Secondo l’Agenzia francese Centre national de la recherche scientifique queste particelle inferiori ai 5 millimetri hanno la capacità di «fissare inquinanti organici nell’ambiente come Pcb, diossina o Ipa» e microrganismi patogeni. Non ci sono studi sufficienti per quantificare l’impatto sugli esseri umani, ma il rischio è già più che evidente: assumere particelle invisibili a occhio nudo che poi, una volta nel nostro organismo, rilascino il loro carico di veleni.
«Non vorremmo ritrovarci nella stessa, drammatica condizione dell’amianto – ha spiegato Matteo Fago -, un materiale considerato sano e inerte per troppi anni tranne scoprire, troppo tardi, quanti e quali danni aveva prodotto sugli organismi dell’essere umano».

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