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Nell’estate del ’44, quando i tedeschi in ritirata facevano saltare dietro di loro ponti e viadotti, il Voltone dell’Erta a Montelupo rimase miracolosamente intatto. Il “Voltone” viene chiamata quella galleria ferroviaria che attraversa la collina dell’Erta, sopra la quale passa la strada statale 67. Ma perché non fu distrutto un tale obbiettivo strategico? Tanti vecchi montelupini sanno il perché; ma non è scritto da nessuna parte come mai e per merito di chi ciò non avvenne. E’ stata la discrezione e la semplicità dei protagonisti, insieme alla loro modesta capacità culturale, a non far conoscere tale esperienza. Ora, purtroppo, è venuta a mancare anche la loro testimonianza diretta.
È su proposta dell’Auser, che promuove la pubblicazione di racconti su fatti vissuti dalle generazioni passate, che mi sono deciso a scrivere questo avvenimento.

 

Questa storia si basa sul racconto dei protagonisti ormai deceduti e sulla memoria dei figli e dei parenti. Sono state fatte ricerche per verificare le date di questo avvenimento e raccolto testimonianze e documenti.
I principali protagonisti sono due: Lucchesi Lorenzo, detto “Tabarino” e Prosperi Rizieri, mio padre, soprannominato “Ruzzolo”. Due uomini semplici, con pregi e difetti, ma da ricordare tra quelli che, lottando, ci hanno regalato il bene più prezioso: la libertà.
“Tabarino” era un uomo di tendenze anarchiche. Nel ’44 aveva 57 anni, tutti i capelli bianchi e un fisico ancora agile e svelto. Era un ottimo fabbro, estroso e preciso, ma un po’ svogliato. Aveva un difetto: rubava. Piccole cose: polli e conigli il più delle volte. Però gli era costato qualche anno di carcere ed i familiari ne avevano sofferto anche moralmente.
Ma era un uomo generoso, sempre pronto ad aiutare gli altri, tant’è vero che molti alla Torre, il suo paese, lo ricordano con simpatia.
Rizieri era più giovane, aveva 36 anni, simpatico ed allegro. Era un gran lavoratore. Maestro vetraio molto abile e forte fisicamente: uno dei migliori soffiatori della zona. Questa sua capacità gli faceva guadagnare diversi soldi, ma come si dice a Montelupo li “sciupava” tutti. Gli piacevano troppo la spensierata compagnia degli amici e le carte da gioco.
Era nato a Capraia, ma, rimasto orfano di babbo e di mamma a 10 anni, era andato dagli zii a S.Quirico e a lavorare alla “Nardi?” della Torre. Gli aveva fatto da padre lo zio Giannino, comunista, perseguitato dai fascisti anche con il carcere.
In comune con “Tabarino” aveva il coraggio e l’altruismo. Furono queste le doti che li indussero a rischiare la vita per salvare il “Voltone” dell’Erta dalla distruzione. Dopo non cercarono né onori né ricompense, proprio perché considerarono quell’impresa semplicemente come la restituzione di un favore: le armi avute dal Manicomio.

Questi furono i fatti.

Era l’estate del 44 e i bombardamenti degli Alleati si facevano di giorno in giorno più frequenti. La gente dei paesi aveva lasciato le proprie case per sfollare nelle campagne: luoghi più sicuri ed aperti. Le fabbriche avevano chiuso. Alla vetreria Taddei ed in alcune frazioni di Empoli c’erano stati i rastrellamenti e le deportazioni in Germania già a marzo. A Montelupo 22 antifascisti furono prelevati dalle loro case e mandati nei campi di concentramento.
In quella situazione, con i tedeschi in fuga, il pericolo di essere deportati aumentava. Per sfuggire questa eventualità alcuni uomini del posto si riunirono e decisero che insieme meglio avrebbero potuto sfuggire ai rastrellamenti e vivere alla macchia. A Montelupo c’erano già alcuni antifascisti segretamente organizzati e in contatto con il C.N.T.L. di Empoli e a questi si affiancarono i nuovi clandestini, per lo più giovani renitenti alla leva o ex militari rientrati l’8 settembre.
Intanto si andava intensificando l’attività partigiana in tutta la zona e l’eventualità di scontri con i tedeschi si faceva sempre più probabile. Occorrevano quindi altre armi per questi nuovi arrivati. Ci fu chi pensò alle guardie del Manicomio Giudiziario. I secondini erano armati e certamente nel carcere c’era un arsenale. Come fare per avere quelle armi? Fu deciso per la maniera più semplice: chiederle; facendo valere per la richiesta la drammaticità della situazione.
Il 12 luglio, a sera inoltrata, un gruppetto di quattro o cinque uomini, tra cui Rizieri, “Tabarino”, “Gigino di Sofia” e Guido Guidi, si presentò all’ingresso del manicomio chiedendo del direttore. Ci fu qualche difficoltà, ma poi furono ammessi a parlare con il dott. Generoso Quadrino, direttore del carcere. La richiesta delle armi venne esposta da “Tabarino” che meglio di tutti si sapeva esprimere.
A sua volta, il direttore cercò di spiegare che lui non poteva disporre di ciò che era proprietà dello Stato. Ci sarebbe voluta un’autorizzazione ministeriale. Figuriamoci! Ma era un uomo intelligente e disponibile al dialogo. Parlò della situazione in cui si trovava il Manicomio in quell’estate del ’44.
Più di cinquecento persone: detenuti, agenti di custodia con i familiari, funzionari e sfollati, stavano ammassati all’interno della Villa Medicea perché si ritenevano al riparo dai bombardamenti alleati e dalle rappresaglie tedesche. Infatti il carcere, come ospedale psichiatrico aveva i tetti dei padiglioni contrassegnati con grandi croci rosse, in modo che gli aerei non vi sganciassero le loro bombe.
Tutta questa gente all’interno dell’ospedale, aveva bisogno di cibo e di acqua. Che sarebbe successo se fossero venuti a mancare? Il cibo già scarseggiava e l’acqua poteva mancare da un momento all’altro se, come prevedeva il direttore, i tedeschi in ritirata avessero minato e fatto saltare il “Voltone” dell’Erta. L’acquedotto, che alimentava il Manicomio, passava proprio di lì e facendo saltare la galleria i tedeschi avrebbero distrutto anche l’acquedotto. In previsione di ciò aveva tentato di ripristinare un vecchio pozzo all’interno della Villa, ma con scarsi risultati.
Il dottor Generoso Quadrino era un uomo di circa cinquant’anni che sempre aveva applicato la legge ed i regolamenti burocratici, ma in quell’eccezionale situazione volle comportarsi come il suo intuito gli suggeriva. Confidò in quegli uomini che si trovava davanti e che a lui, psicologo, sembrarono coraggiosi e leali.
Acconsentì alla loro richiesta a patto che facessero di tutto per non far distruggere l’acquedotto.
La sottrazione delle armi sarebbe stata denunciata come un furto per giustificarne la mancanza alle autorità superiori.
Non ci furono patti scritti o rilascio di ricevute. Si strinsero la mano guardandosi negli occhi, il direttore da una parte ed i partigiani dall’altra.
Il prelievo avvenne in due o tre sere, a piccoli gruppi, e la quantità di armi fu tale che servì a rifornire anche una formazione di partigiani empolesi che precedentemente aveva armato i montelupini.
***
“Tomba di Berto” è un grosso burrone tra Sammontana e San Donato. In fondo scorre un rio e c’è sempre acqua potabile nei tonfettini in qua e la verso la parte alta tra la fitta vegetazione. Le pareti del burrone sono ciglioni impervi, scoscesi e in qualche punto franosi. Il luogo, per chi non è pratico, risulta inaccessibile. Per questo era stato scelto dai partigiani come rifugio, ma scherzando veniva chiamato “Il quartier generale”. Avevano allargato e approfondito, puntellandola bene, una grotta naturale e qui potevano dormirci riparandosi in caso di pioggia.
Vicino al rio di Tomba ci sono le due grandi fattorie di Sammontana nelle cui cantine e magazzini erano sfollate varie famiglie di S.Quirico, Montelupo e della Torre, tra queste anche quelle di “Ruzzolo” e di “Tabarino”.
Ma nei locali padronali della “Fattoria di Sopra” c’era anche il comando tedesco del Genio Guastatori, proprio quelli che poi avrebbero minato il “Voltone”. Fortunatamente per i clandestini i genieri non effettuavano rastrellamenti, ma facevano solo attività operative. Tuttavia, sia gli uomini che di notte tornavano ogni tanto alle famiglie, sia le donne che di giorno portavano loro, nel bosco, qualcosa da mangiare, dovevano usare la massima cautela per non farsi notare.
Fu in quella boscaglia che, il giorno dopo il prelievo delle armi, si tenne la riunione per decidere come fare a mantenere l’impegno preso: salvare il “Voltone”. Il direttore aveva visto giusto: quelli erano uomini che avrebbero fatto di tutto per tener fede alla parola data.
La discussione cominciò in modo un po’ caotico, ma piano piano tutti si resero conto di non dover fare un attacco armato ai tedeschi. Bisognava evitare le rappresaglie. Anzi, sull’uso delle armi fu raccomandata la massima cautela e mai iniziative personali.
Fu deciso il sabotaggio, cioè disinnescare di nascosto l’esplosivo che i tedeschi avrebbero deposto e renderlo inefficace.
Stabilirono di fare dei turni di sentinella per intervenire tempestivamente quando i tedeschi avrebbero iniziato a collocare le mine. Si appostarono, due per turno, sulla scarpata sopra la ferrovia, tra le casce. Ad una cinquantina di metri dal “Voltone”. Di lì si poteva vedere sopra e sotto la galleria, bastava salire o scendere la scarpata e, attraverso viottoli predisposti tra la fitta vegetazione, avvicinarsi ulteriormente alla galleria senza esser visti.
Erano già due settimane che stavano di guardia sia di giorno che di notte. Infatti i tedeschi, per non esser bersaglio degli aerei inglesi e americani, si muovevano, con i camion ed i carri, quasi sempre di notte.
Una mattina presto, stava appena albeggiando, arrivò una camionetta e un camion tedesco. Quelli del camion entrarono subito nel casceto e tagliarono alcune piccole piante da appoggiare ai due veicoli per mimetizzarli.
Quelli della camionetta, con dei fogli scesero la scarpata fin sulla ferrovia e con un metro a nastro presero delle misure. Parlottavano e osservavano il “Voltone”, poi risalirono. Evidentemente erano dei tecnici del Genio.
Intanto quelli del camion avevano preparato pale e picconi. Furono segnati i punti dove aprire le buche per le mine. Quattro in tutto, due da un lato e due dall’altro della strada, in fila diritta sopra la galleria. La collocazione delle mine avveniva come previsto: dalla parte di sopra. Furono mandati a chiamare “Tabarino” e “Beppe di Cortenuova” che più degli altri si intendevano di esplosivo.
Ma i tedeschi si limitarono a fare solo i “fornelli”, poi se ne andarono. Erano quattro buche della profondità di circa 60-70 centimetri, larghe altrettanto alla base. Con una avevano incontrato proprio l’acquedotto del Manicomio ed avevano dovuto spostarla di circa un metro.
“Tabarino” disse che probabilmente avrebbero messo del tritolo. Intanto si sentiva picchiare più in giù verso Montelupo. I tedeschi stavano minando anche i due ponti sulla Pesa e quello sull’Arno.
Ormai c’era poco da aspettare, quasi certamente la sera i tedeschi avrebbero messo l’esplosivo e al massimo un paio di giorni dopo se ne sarebbero andati facendo saltare tutto dietro di loro.
Già si poteva immaginare l’orrenda voragine che si sarebbe creata dopo l’esplosione. Tutta la collina dell’Erta divisa in due da un enorme baratro, la ferrovia ricoperta dalle macerie e l’acquedotto del Manicomio che, spezzato, versava ininterrottamente.
Le conseguenze di ciò: il Manicomio, stracolmo di gente, senz’acqua e al collasso igienico sanitario; l’inseguimento degli “Alleati” ai tedeschi in fuga bloccato e una grande opera pubblica scomparsa.
Nel covo di “Rio di Tomba” ci fu la solita riunione per decidere come intervenire. C’era tensione, ma anche speranza che presto la guerra sarebbe finita. L’esercito “alleato” avanzava da sud. Era giunta notizia che pattuglie di avanguardie inglesi erano state viste nei pressi di Montespertoli.
Bisognava prendere contatti per collaborare alla liberazione della zona.
Ma intanto c’era da salvare il “Voltone”. Se i tedeschi lo avessero minato, come si poteva prevedere dalle buche, il sabotaggio sarebbe consistito nel tagliare le micce e rimetterle a posto con il contatto all’esplosivo interrotto.
Si proposero “Ruzzolo” e “Tabarino” accompagnati da due o tre compagni per proteggerli alle spalle. Nessuno si oppose. In pratica, del gruppo di “Rio di Tomba”, erano loro i capi.
Probabilmente avrebbero avuto più di una nottata a disposizione, ma, per sicurezza, decisero di intervenire subito, al momento della posa dell’esplosivo. Se per caso ci fosse stato un attacco “alleato” e i tedeschi avessero anticipato la fuga …. non si sa mai. Meglio agire subito.
La sera venne un temporale; durò poco, ma il cielo non si rasserenò e pieno di nuvoli prometteva ancora pioggia. Meglio così, ci sarebbe stato ancora più scuro.
Andarono via dal rifugio a buio, quando già dalla Fattoria di Sammontana si sentivano i rumori dei camion tedeschi che facevano le operazioni di carico. Il deposito degli esplosivi era nella fornace di calce lì vicino.
Passando lungo il rio, poi attraversando i campi, facevano, in parallelo, lo stesso percorso della strada dove transitavano i camion tedeschi, piano, piano e a fari spenti. Fortunatamente quella sera, forse per il maltempo, non volava il ricognitore “alleato” che ogni tanto lanciava bengala per illuminare il territorio.
Giunsero sul posto prima dei tedeschi e stettero tutti insieme dalla parte della bottega del Gheri. Erano in cinque, tre sarebbero rimasti nascosti nel casceto come punto di appoggio, mentre “Ruzzolo” e “Tabarino” avrebbero effettuato il sabotaggio.
Arrivarono i tedeschi e scaricarono diverse casse di esplosivo. Lo deposero nelle buche e lo ricoprirono con dei cumuli di detriti dai quali uscivano i cordoni delle micce avvolti a spirale per srotolarli, poi, al momento dell’accensione. Lavoravano nell’oscurità con solo un paio di torce elettriche. Si udivano le loro voci gutturali e i secchi ordini dei capi. In un’ora avevano finito il lavoro. Era verso le ventitré. Restarono di guardia in due, armati di mitra. Il camion, con tutti gli altri, se ne andò verso Montelupo giù per la discesa.
Le case dell’Erta erano disabitate, tutti erano sfollati: non c’era segno di vita intorno.
Le sentinelle camminarono in su e in giù sulla strada, fermandosi ogni tanto ad ascoltare eventuali rumori sospetti. Poi cominciò a piovere e parlottando si ripararono sotto il terrazzo della casa più vicina: il palazzotto della Verzani, anch’esso disabitato. Evidentemente si erano persuasi che intorno era tutto calmo, non sospettavano sabotaggi e continuavano a parlare.
I partigiani invece quasi trattenevano il respiro per non farsi sentire. Lungo la scarpata, sul ciglione tra l’Appalto del Gheri e la ferrovia, c’era un pallaio dove tante volte avevano passato qualche ora al gioco delle bocce. Un cancelletto di fianco dava proprio sulla strada, vicinissimo ad una delle mine.
“Tabarino” prese lungo il muro dell’Appalto” e arrivato in fondo alla “Rivestizione Pietro Rigatti” attraversò la strada lontano dalle sentinelle per poi ritornare indietro. Dall’altra parte, dove ora c’è la vetreria VAE, c’erano solo macchie a confine dei campi. Strisciando lungo di esse la sua sagoma si confondeva con lo scuro delle siepi. Arrivò alla seconda mina; “Ruzzolo” era già sulla prima. Si guardarono e cominciarono con le mani a scavare il cumulo intorno alla miccia. Pioveva ancora e la terra bagnata gli si appiccicava alle mani. Alla profondità di una trentina di centimetri, col coltello, tagliarono la miccia e la fermarono con una pietra. Ricoprirono come prima e si guardarono con approvazione reciproca, uno di qua e uno di là della strada.
Sempre strisciando fecero il percorso a ritroso e con il cuore in gola per l’emozione si ritrovarono alla postazione di partenza: al pallaio del Gheri, fradici e fangosi.
I due tedeschi stavano sempre sotto il terrazzo. C’era un gran silenzio intorno. Solo il brontolio dei tuoni del leggero temporale si mescolava al latrare di un cane in lontananza. Rimanevano da disinnescare le due mine più lontane. Decisero di scendere sulla ferrovia e di risalire poi dall’altra parte del Voltone. Si sarebbero trovati in un orticello proprio sopra la volta, ma davanti ai tedeschi dalla parte opposta della strada statale e di quella che da lì porta al Manicomio e che veniva chiamata lo “Stradoncino”. C’era nell’orto molta vegetazione tra cui nascondersi, ma la vicinanza ai tedeschi era di pochi metri.
Decise “Ruzzolo” di andarci. Lui era il più giovane e, anche se di corporatura robusta, il più agile. “Tabarino e gli altri con i fucili avrebbero tenuto di mira i tedeschi nel caso il sabotaggio fosse stato
scoperto.
Scese giù tra le casce, attraversò, senza far rumore, camminando sui binari, tutta la galleria e risalì il ciglione dalla parte opposta. Da un viottolo entrò nell’orto. I due tedeschi erano proprio di fronte dall’altra parte della strada. Si vedeva, ad intervalli, il puntino rosso di una sigaretta che si ravvivava ad ogni tirata di fumo. I tedeschi fumavano e parlottavano tranquilli al riparo dalla pioggiarella sotto il terrazzo, ma sarebbe bastato un passo falso per scatenare la loro reazione a raffiche di mitra.
“Ruzzolo” tagliò la miccia della mina facilmente: la buca era stata fatta nella terra morbida dell’orto. Fermò la miccia ad un fuscello e lo risotterrò nel punto di prima, ricoprendo il tutto. Quest’operazione di fermare la miccia interrotta veniva fatta per precauzione, nel caso i tedeschi, tirandola, ne avessero voluto verificare l’integrità.
Rimaneva l’ultima mina, ma era quella più vicina alle sentinelle. Intanto aveva smesso di piovere ed i due tedeschi ritornarono sulla strada. “Ruzzolo”, nascosto tra le piante di pomodori, non si muoveva e tratteneva il respiro. Restò così per una mezz’ora. Oltre alla paura di essere scoperto aveva anche timore che i compagni, dal nascondiglio dall’altra parte, prendessero qualche iniziativa pericolosa.
Intanto si udiva avvicinarsi il rombo di un motore su per la salita dell’Erta.
Era il camion tedesco che ritornava. Si udirono delle voci concitate e i tedeschi di guardia che rispondevano. Poi il camion ripartì con a bordo anche le due sentinelle. Evidentemente, o ritenevano che non ci fosse più bisogno della guardia, oppure i due servivano da un’altra parte.
“Ruzzolo” rimase ancora immobile, non aveva piena visibilità della strada. Poi si sentì chiamare e si rese conto che i tedeschi se ne erano andati davvero. Si alzò e vide “Tabarino” che uscito allo scoperto stava tagliando l’ultima miccia. Verificarono che non si notassero impronte di manomissione intorno alla terra bagnata sopra le mine; poi, svelti, ritornarono al riparo. $i abbracciarono contenti della missione compiuta, ma un po’ delusi per il rischio che avevano corso quasi inutilmente visto che i tedeschi se ne erano andati.
Il giorno dopo, 27 luglio 1944, i tedeschi in ritirata fecero brillare tutte le mine che avevano piazzato.
Saltò in aria il ponte sulla Pesa e le case vicine, il ponte sulla ferrovia e il ponte sull’Arno tra Montelupo e Capraia.
Solo il Voltone dell’Erta rimase intatto.

Per la stesura di questo racconto mi sono avvalso di varie testimonianze. Particolarmente utili mi sono state quelle di: Billeri Prosperi Ofelia, Lucchesi Raffaello, Lucchesi Martini Comunarda, Gianni Silvano e Prosperi Giancarlo.
Ringrazio sentitamente, per la cortesia dimostrata nel fornire la documentazione, la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo F.no ed in particolare l’Ispettore Rigatti Adriano.

 

IL FESTIVAL
Dal 7 ottobre al 16 dicembre, il Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino (Fi) ospita J.O.B.S. Join Our Blanded Stories. Storie di lavoratori in mostra, a cura di Andrea Zanetti, che inaugura la prima edizione di Ci sono sempre parole ( non) Festival delle narrazioni popolari (e impopolari), primo Festival ‘diffuso’ sulle narrazioni e lo storytelling che mette al centro le persone e i loro racconti di vita quotidiana e che si svolgerà fino al 30 novembre 2018 oltre a Montelupo Fiorentino, in altri due comuni dell’Empolese Valdelsa, Capraia e Limite e Montepertoli. La mostra è realizzata con la collaborazione e il contributo di Cgil, cisl, Uil,  Firenze; è organizzata da Sistema museale Museo diffuso Empolese Valdelsa e l’associazione Yab. Il mondo del lavoro oggi. La precarietà, l’incertezza, il silenzio, il futuro che non arriva. La realizzazione di sé. Le famiglie contemporanee, il mutuo, la pensione, i nipoti. Le non famiglie, le solitudini. Le relazioni. Quanto si potrebbe scrivere e raccontare sul mondo, meglio, i mondi, del lavoro oggi! Quante storie di difficoltà, successi o privazioni, potremmo descrivere sulla base delle cronache quotidiane che leggiamo. Il mercato, la globalità, le reti, l’innovazione, la manualità; gli operai che resistono e quelli che non esistono. Gli occhi disillusi dei pensionati e quelli rassegnati dei figli. Ma anche gli occhi di chi ci è riuscito, con o senza lotte. Le mani di chi si impolvera ogni giorno o quelle veloci di chi digita su qualche tasto.

Capraia e Limite, Lungarno, sede omaggio all’Empaty Museum

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