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La Corte costituzionale ha stabilito che quanto sostenuto dalla Cgil rispetto al caposaldo delle controriforme del lavoro agite da Matteo Renzi, dal suo partito, il Pd, ed il suo governo – ovvero il famigerato Jobs act con la definitiva abolizione dell’articolo 18 con l’introduzione del contratto “ad indennizzo crescente” – non solo erano politicamente e socialmente regressive ed esplicitamente motivate da rendere difficile se non impraticabile la possibilità dei lavoratori di essere protagonisti del controllo sul ciclo produttivo e della sicurezza nei luoghi di lavoro, ma violavano il principio costituzionale del valore e della dignità del lavoro.

Definendo illegittimo il criterio di determinazione dell’indennità di licenziamento legato esclusivamente al computo degli anni di servizio, non solo viene messo in evidenza il venir meno da parte del giudice della possibilità di stabilire l’effettivo danno subito dal lavoratore, o dalla lavoratrice, licenziato senza giusta causa e giustificato motivo, ma viene ribadito con forza che un sistema di calcolo che rimane troppo rigido e troppo basso nelle possibilità sanzionatorie, seppur solo nella forma monetaria, non costituendo un valido deterrente contro l’arbitrarietà dei licenziamenti, non ottempera alla tutela del ruolo costituzionale del lavoro identificato come strumento di emancipazione e di crescita personale e professionale.

Lo stesso innalzamento degli indennizzi previsto dal cosiddetto Decreto dignità non risolve né dal punto di vista politico che costituzionale lo strappo del diritto del lavoro perpetrata dal Jobs Act, come ha argomentato la Corte rispetto alla posizione dell’Avvocatura di Stato, che riteneva – su mandato del Governo gialloblu – ormai superata la controversia.

Come Cgil abbiamo ritenuto e riteniamo la battaglia contro il Jobs act un asse centrale della nostra iniziativa, che abbiamo e stiamo perseguendo su tre fronti: i ricorsi alla Corte per illegittimità costituzionale ed in sede europea, l’attività contrattuale, per disapplicare il Jobs act mantenendo le tutele pre-contratto ad indennizzo crescente, l’iniziativa referendaria e di iniziativa popolare a favore e sostegno della Carta dei diritti universali del lavoro che estende l’articolo 18 nella sua pienezza ante Monti-Fornero alle aziende fino ai 5 dipendenti, riscrivendo il diritto del lavoro adeguandolo ad una società che vede la compresenza di lavoro semi schiavistico, fordista classico e post fordista, ivi compreso il capitalismo delle piattaforme.

Più tutele e diritti individuali in capo al lavoratore indipendentemente dal numero di addetti dell’azienda e dalla tipologia contrattuale, in una dimensione collettiva di riconoscimento del valore e ruolo dei corpi intermedi come le organizzazioni sindacali.

Il Pd, Renzi ed i governi del Pd sono in odio ai lavoratori ed alle lavoratrici per le misure contro il lavoro che hanno assunto, consegnando una pistola nelle mani delle imprese puntata contro ogni lavoratore e lavoratrice che per qualunque motivo, pur facendo bene il suo lavoro, fosse inviso alla direzione aziendale: motivi di opinioni politiche, attivismo sindacale, orientamenti religiosi o sessuali, non volendo citare ricatti di varia natura che i lavoratori e troppo spesso le lavoratrici sono costretti a subire.

È un primo risultato di straordinaria importanza che ci conferma come Cgil nelle nostre scelte: abolire il Jobs act si deve ma soprattutto si può.

Con la mobilitazione, con la proposta della Carta dei diritti universali del lavoro, col divenire punto di riferimento del mondo culturale ed intellettuale che innerva il diritto del lavoro, con la incrollabile certezza che se non c’è libertà e democrazia dentro i posti di lavoro non ci potrà essere nella stessa società.

Perché come ci ha insegnato il compagno Giuseppe Di Vittorio, un lavoratore libero è quello che non è costretto a levarsi il cappello di fronte al padrone.

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