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Cento giorni. Di solito è il periodo che si concede a un governo prima di criticarlo. Tre mesi di grazia. O qualcosa di simile. Cento giorni, in realtà, per capire dove tira il vento. Almeno questa è la consuetudine dai tempi di Franklin Delano Roosevelt. Arrivato al governo degli States nel mezzo della Grande recessione, il presidente democratico diede prova di un’attività frenetica nella primavera del 1933. Cento giorni per dimostrare che il New deal non era solo una promessa da campagna elettorale. Nel caso della Spagna di Pedro Sánchez le cose ovviamente sono molto diverse. A partire dal fatto che il leader socialista è diventato presidente a metà legislatura grazie a un’inattesa mozione di sfiducia. Ma i cento giorni sono comunque sempre un simbolo.
Ebbene, che ha fatto in questi primi tre mesi e mezzo il nuovo esecutivo del Psoe? Ci sono stati indubbiamente degli importanti passi in avanti rispetto all’epoca di Mariano Rajoy, anche se, forse, non tanti come qualcuno si sarebbe potuto aspettare. La situazione, è bene ricordarlo, non è quella di António Costa in Portogallo, dove al governo socialista bastano i voti del Bloco de esquerda e del Partido comunista portugues per avere la maggioranza assoluta in Parlamento. A Madrid le cose sono molto più complesse: oltre a Unidos podemos, a Sánchez, con soli 84 deputati, servono anche i voti dei nazionalisti baschi e degli indipendentisti catalani per arrivare alla maggioranza assoluta. Mettere tutti d’accordo non è dunque cosa facile, tenendo poi conto della crisi cronica che si vive in Catalogna e che influisce direttamente sulle possibilità di durare del governo. Ma nessuno è stupito al riguardo. Lo si sapeva bene. Sánchez ha dunque…

L’articolo di Steven Forti prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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