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Alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Con l’organizzazione del “Global Forum on modern direct democracy 2018”, tenutosi a Roma la settimana scorsa (dal 26 al 29 Settembre), si può finalmente capire cosa il M5S intende per “democrazia diretta”. Questo incontro internazionale, infatti, è stato, allo stesso tempo, un’occasione mancata per approfondire realmente il tema e un grande spot elettorale per il partito di Grillo-Casaleggio.

Non si sono trattati temi centrali per la qualità della democrazia contemporanea, come le conseguenze su quanto consideriamo democratico dell’enorme diseguaglianza economica e della relativa concentrazione di potere nelle mani di pochi, neanche la dimensione globale e macroregionale della democrazia diretta, o la sua traduzione sul posto di lavoro. Neppure sono state prese in considerazione le richieste democratiche di diversi soggetti attivi (le Ong, i movimenti per la giustizia sociale o le associazioni per i diritti umani), né approfonditi alcuni casi decisivi per la democratizzazione dell’apparato statale in diverse parti del mondo (come la Svizzera o la città brasiliana di Porto Alegre).

D’altro canto, invece, è emerso come il partito di Grillo stia modificando la categoria politica di “democrazia diretta”, per rafforzare la retorica ideologica e conservare il potere ottenuto. Come già successo con altre parole d’ordine (distinzione destra/sinistra, reddito di cittadinanza, movimento vs partito, cittadinanza vs sistema corrotto), anche in questo caso siamo in presenza di una risignificazione puramente strumentale del termine, ampliato a dismisura per poterlo usare in qualsiasi circostanza per delegittimare l’avversario.
Il Forum, ormai alla sua settima edizione, è arrivato a Roma su proposta dei 5S, che ne fanno parte da qualche anno. Forse per ingenuità o superficialità, ma l’inconsistenza del Forum ha finito per essere un volano alla propaganda grillina, che si è scatenata all’inaugurazione e alla chiusura di una manifestazione che non ha visto la partecipazione dei cittadini romani.

I “big” grillini hanno preso la scena in queste occasioni, monopolizzando l’attenzione dei media, altrimenti poco interessati a questa sorta di Social Forum di nicchia (per composizione sociale e riferimenti culturali), nerd (per l’ossessione dell’uso del web) e quasi folklorico, perché pensato come una rapidissima kermesse di esperienze istituzionali, incontratesi per elaborare la “Magna Charta per la nuova era della democrazia”.

«Quanto ereditato con la rivoluzione illuminista del ‘700 è stato un passo in avanti per l’umanità, ma oggi tutto ciò ha bisogno di una revisione, dell’inserimento di sistemi di controllo dei rappresentanti da parte dei cittadini», ha dichiarato il ministro per la Democrazia diretta Fraccaro, mentre rivendicava di aver depositato in Parlamento la proposta di legge sul referendum propositivo senza quorum. Come se questa servisse per controllare qualcuno. Della sovrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa ha parlato anche Virginia Raggi, facendo riferimento al «dovere dei governanti di raccogliere la voce dei cittadini», e, in particolare, ai progetti municipali che il comune di Roma porta avanti. Peccato che questi siano simili, però, a forme di democrazia partecipata, e non diretta. Non a caso, anche il capo dei 5Stelle, Luigi Di Maio, ha fatto riferimento a un “Forum globale per la democrazia diretta e partecipata”, reinventandosi così il titolo dell’incontro.

«La prima grande forma di democrazia diretta è una forza politica e un governo che mantengono le promesse che hanno fatto durante la campagna elettorale», ha affermato, prima di rispondere a chi durante il Forum ha messo in dubbio la democraticità della piattaforma Rousseau, ammettendo inoltre che: «Sarà anche così, però è una forma con cui in questi anni non solo abbiamo votato il capo politico, ma abbiamo creato un programma elettorale, con un milione di click». Come se fosse una risposta valida.

A margine di un incontro, Giovanni Allegretti, tra i maggiori studiosi italiani della democrazia deliberativa, ci ha confessato: «Politicamente si può evitare di distinguere tra democrazia deliberativa, diretta o partecipata, ma sovrapporre queste esperienze è un approccio caotico…superficiale. La democrazia diretta, semmai, è un passaggio di un percorso più ampio di formazione delle idee e di qualità della deliberazione. Il ministro per la democrazia diretta potrebbe essere un buon investimento, perché c’è una richiesta di maggiore democrazia pubblica, ma non sa da dove cominciare».

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