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“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. La Costituzione della Repubblica italiana – Articolo 9

A tutti sono cari gli attori che ci raccontano storie inventate da farle sembrare vere e i musicisti che con il loro tocco o i cantanti che con la loro voce ci trasportano negli spazi emozionali della nostra coscienza. Chi non ha sognato da piccolo di fare grandi scoperte come archeologo o non è rimasto incantato davanti a un dipinto o un mosaico restituiti da un paziente restauro. Eppure è difficile per la maggior parte delle persone pensare che queste figure che migliorano così tanto la nostra vita abbiano studiato e appreso il mestiere che le rende capaci di farlo, che sia necessaria una costante preparazione e soprattutto che sia un vero e proprio lavoro. Il primo a non pensarlo è proprio lo Stato italiano, che non considera queste figure come dei lavoratori, evitando di tutelarli con leggi dedicate che garantiscano dignità, diritti e welfare proprio come per tutti gli altri lavoratori.

Il maggior riformista in questo ambito è stato il ministro Franceschini nel passato governo, che dopo decenni ha messo mano a una legge sul cinema e a un codice sullo spettacolo. Poteva essere l’occasione di colmare un vuoto giuridico e legislativo che perdura da sempre: gli attori in Italia non hanno neanche un Contratto nazionale per l’audiovisivo, lavorano alla mercé delle produzioni. Non è stato così. Non solo nelle leggi non è fatta parola su come tutelare questi lavoratori (attori, musicisti, cantanti) essenziali perché ci possa essere teatro, musica, cinema, ma si è sfasciato anche il già precario sistema teatrale costringendo i teatri, per rientrare nei parametri necessari a ricevere il contributo pubblico, a produrre di più con minori finanziamenti. Indovinate chi paga le conseguenze di tutto questo, conseguenze occupazionali, salariali, previdenziali? Gli artisti.

Come può una legge che regolamenta e promuove l’industria culturale non fare cenno ai suoi maggiori protagonisti, non preoccuparsi di come vivono e a quali condizioni sono costretti a prestare la loro opera questi lavoratori? Come può non parlare mai di noi?

Sì, siamo gli attori e le attrici che hanno smesso di subire in silenzio e lottano, perché uno Stato che non difende i suoi artisti non è un Paese civile. Siamo tutti professionisti, ci siamo uniti e ci siamo chiamati Facciamolaconta, 1.240 attori in controtendenza con un sistema che ci vuole spaventati, ricattati e individualisti poiché abituati a “cavarsela da soli”, che insieme ai lavoratori dei beni culturali Mi riconosci? e ai Comitati lirico sinfonici hanno indetto la prima grande “Manifestazione per la cultura e il lavoro – In difesa dell’articolo 9”. La cultura è un tessuto vivo e variegato, opera superspecializzata di alcune categorie di lavoratori che – è bene che tutti sappiano – lo Stato italiano non sempre riconosce come lavoratori e che quindi non hanno nessuna tutela e nessun diritto.

Per questo ci troveremo tutti in piazza il 6 ottobre a Roma. Non è mai successo. Questa è la novità. I lavoratori dei beni culturali e dello spettacolo marceranno insieme per il diritto alla cultura e al lavoro. E a noi si sono uniti anche realtà sindacali, politiche, e una moltitudine di associazioni di categoria. Tutti insieme. Finalmente. Ma è solo l’inizio.

 

*Facciamolaconta riunisce un gruppo di attori e attrici, che si è liberamente costituito per presentare alle istituzioni richieste di tutela che riconoscano la centralità della loro professione, i loro diritti e tutele. 

L’articolo di Facciamolaconta è tratto da Left in edicola dal 5 ototbre 2018


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