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«Il ricordo fa male, eppure non dimentico. Avevo 17 anni quando hanno ucciso mio padre e i miei fratelli». A distanza di 36 anni dal massacro avvenuto nel campo profughi palestinesi di Sabra e Shatila (Beirut), Nuhad ricorda ogni singolo dettaglio: «Di quelle pallottole sento ancora oggi il rumore. Sono viva solo perché ho finto di essere morta. Rimasi stesa per un po’ sul pavimento. Poi, quando tutto sembrò più calmo, uscii da casa e mi accorsi che avevano sparato anche ai vicini». Nuhad, oggi 53enne e madre orgogliosa di figli iscritti all’università, trema come un uccellino mentre racconta quei tragici momenti. Si prende delle piccole pause, la voce è di tanto in tanto distorta da un principio di pianto, ma niente può fermare la sua voglia di narrare. Raccontare vuol dire dare voce a chi, diversamente da lei, in quei giorni non ce l’ha fatta a sopravvivere. La pace nasce dalla giustizia, ma non c’è giustizia se non si ricorda, sembra dirci. Incontriamo Nuhad in un piazzale di Shatila dove una grossa lapide ricorda i tremila palestinesi massacrati tra il 16 e il 18 settembre dalla violenza cieca dei Falangisti di Elie Hobeika sostenuti dagli israeliani (secondo Tel Aviv e alcune fonti libanesi i morti sarebbero però tra i 300 e gli 800). Vicino a lei un uomo anziano vaga: «Mio figlio è ancora vivo – dice, indicando la foto di un giovane su un quadernone che ha in mano – solo che è scomparso quel giorno». Storie di ordinaria sofferenza di Shatila, un inferno in terra, emblema delle ingiustizie subite dal popolo palestinese da oltre 70 anni. Situato nella parte sud-occidentale di Beirut, il campo si estende su un fazzoletto di terra di un chilometro quadrato: una superficie che, come per tutti gli altri campi, deve rimanere tale seconda la legislazione libanese. Poco importa che…

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